Il Blog del Leprechaun


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Su l'editoriale de il Riformista del 19/09/2005
Cinque punti e una (provvisoria) conclusione.


Si erano appena svolte le elezioni in Germania dove la Merkel, a dispetto delle aspettative della vigilia, fu sconfitta. Si creò una situazione di stallo dalle quali la Germania fuoriuscì con la Grande Coalizione.

Eh no, non ci sto!

L'editoriale (?) di oggi (19/09/05) de Il Riformista è una ennesima riedizione della consueta tattica delle tre scimmie (non vedo, non sento, e non parlo) rispetto agli evidentissimi e recenti epifenomeni elettorali europei, questa volta in particolare relativamente alla Germania.

Seguendo le tradizioni di questo nuovo riformismo bolscevico, il mondo si divide in due: i riformisti ("coloro che vogliono le riforme": proprio così, articolo determinativo, e plurale) e quelli che "vogliono lo statu quo". Questi ultimi sarebbero i “conservatori” (nel senso che in inglese ha la parola “preservative”, conservanti, secondo questa concezione biochimica della politica).

Perché, si sa, i conservatori sono quelli che non vogliono le riforme, lo dice la parola stessa.

Come la politica, l'universo ha una sola dimensione, una sola direzione e due soli versi: c'è la destra, c'è la sinistra, e in mezzo c'è – ovviamente il centro – che altro non sarebbe poi che la media (aritmetica, geometrica, pesata?) tra sinistra e destra. Anzi, nel caso delle riforme, il mondo è addirittura binario, bianco e nero. Ovviamente, in questo modo il riformismo bolscevico si avvicina, se non coincide, dal punto di vista metodologico, con l'attitudine delle sinistre (e anche destre) alternative. Il dubbio che ci sia da pensare anche al quali e al come non ha mai luogo, in questi astratti schemi.

Ma se invece di questo immaginario vocabolario, per scoprire il significato delle parole ci si riferisse alla Storia (c'è un altro modo, per capire la lingua e il mondo nel quale si vive?), si farebbe una curiosa scoperta: la Riforma più importante dell'evo contemporaneo la dobbiamo ad un Conservatore col botto, e ad un regime conservatore col botto. Si parla qui di Ottone di Bismarck e degli Hoenzollern.

Fu il Conservatore Ottone a inventare lo Stato sociale e il prelievo fiscale (per mantenerlo), e questo nella metà dell'ottocento. Qualcuno parla, impropriamente, di “socialismo alla Bismarck”. Ma guarda un po', un Conservatore Riformista! Un cerchioquadrato!

Europa

Ora se si esamina quello che sta succedendo in Europa (Italia compresa) da un po' d'anni a questa parte, si assiste al fatto che i sistemi elettorali (anche quelli “perfetti”, secondo i teorici del sistema elettorale come principio fondante del reale) conducono oramai sempre più paesi in situazioni difficili, stravaganti, “ingovernabili”. Non è una bella cosa, sia chiaro, ma sarà difficile porvi rimedio se non si comincia a domandarsi il perché.

La Francia

In Francia, alle ultime presidenziali, Chirac riesce a rivoltare una situazione di netto svantaggio con un'abile manovra nella quale liquida Jospin al primo turno, sapendo che al ballottaggio contro di lui avrebbe sicuramente perso.

Certamente c'è una componente fortissima di manovra: Chirac tiene bordone a Le Pen in campagna elettorale assecondandolo nel portare la tematica della sicurezza in primo piano. E' praticamente certo che organizza dietro le quinte, all'insaputa degli interessati, la raccolta delle firme per le candidature alternative di sinistra, che altrimenti non avrebbero mai raggiunto il quorum per presentarsi (tre trozkisti tre, contrapposti, la radicale di sinistra che erano decenni che non raggiungeva il quorum, oltre ai fisiologici ecologisti).

Molte persone di sinistra che non sono né radicali, né trotzkiste, e nemmeno comuniste, ma semplicemente socialiste, votano “fuori ordinanza” perché ritengono di dovere “dare un segnale”. Sono persone colte, docenti universitari, ricercatori. Sbagliano,  e se ne pentono amaramente quando vedono il disastro: Le Pen supera Jospin e quest'ultimo è escluso dai ballottaggi. Tutti si sentono costretti a plebiscitare Chirac per la vergogna di una tale situazione (i francesi si vergognano delle cazzate che fanno, si vede che sono dei Conservatori).

Evidentemente l'ampiezza del fenomeno di protesta supera le aspettative e la percezione degli stessi interessati, i quali trovano a dirsi: “maledizione, non immaginavamo fossimo così in tanti!”.

Dunque, la componente di manovra è solo una parte della spiegazione, l'altra sta nel fatto che la manovra è possibile e ha successo perché il fronte di coloro che ritengono di dovere dare un segnale è ampio, più ampio di quanto gli stessi interessati sospettino. E questo è il vero fatto su cui riflettere.

Mario Monti e i liberali.

Ancora ieri Mario Monti diceva queste cose a proposito delle elezioni tedesche, quando tutti erano convinti che la Merkel, la “Tatcher” tedesca, avrebbe vinto a mano bassa (e avrebbe vinto proprio perché era la Tatcher tedesca). Invece ha perso proprio perché era la Tatcher tedesca.

Nell'articolo sul Corriere di due giorni fa Mario Monti invitava a leggere l'intervento di André Sapir, all'Ecofin di settembre. Magnifico documento da professorino di economia in cui si continuano a ripetere le giaculatorie e i soliti credo (indimostrati). L'idraulico placco, la paura ... quel che serve è più mercato e più competitività. Ovvio, no? Ci sono forse altre alternative, vi piace forse la miseria, la penuria?

E anche in quel documento le interpretazioni dei fenomeni politici sono nulle, risibili. Si costruisce l'uomo di paglia: paura dell'idraulico polacco, della delocalizzazione della mano d'opera, delle difficoltà economiche. E' comprensibile, dice Sapir, ma se ne esce solo in un modo, nel solito modo: mercato e mercato, cioè riforme e riforme, ovvero mercato e mercato.

Sia chiaro che non tutto quel che là si dice è sbagliato, ma il problema è l'angustia degli orizzonti: il mondo è visto dal buco della serratura del PIL. E' tutto semplice, troppo semplice.

E oggi l'editoriale del Riformista dice che la riformista dura e pura Merkel ha perso davanti a Schroeder perché lui è più “riformista” di lei. Strano modo di ragionare. Se i tedeschi avessero tutte queste ansie di riforma, di mercato di mercato di mercato, e anche ammesso che Schroeder rappresentasse la punta di diamante di questo riformismo, ci si sarebbe dovuti aspettare che la SPD fosse premiata più di tutto, poi un po' meno i liberali e l'Unione (CDU-CSU) o magari viceversa. Ma le forze “riformiste” sarebbero state premiate. Invece chi è andato avanti sono stati solo i bertinottiani tedeschi (i “conservatori”). 8,5%, mica bruscolini.

Gli altri, tutti indietro.

A chi giova questo dispregio della ragione?

Il voto al referendum per il trattato costituzionale Europeo.

In Francia prima, e in Olanda poi, il Trattato Costituzionale europeo viene bocciato. Sorpresa! Saranno diventati tutti antieuropeisti? Ma no, solamente dei sanculotti, infinocchiati dal demagogo di turno, che gli mette la paura dell'idraulico polacco, la paura della recessione, delle difficoltà economiche, della Cina, del futuro. 

Ora, analizziamo un po' le cose, senza partiti presi. In Francia c'è un fronte antieuropeista (li chiamano “souverainistes”, “sovranisti”, favorevoli alla sovranità nazionale). C'è Le Pen, che è anche uno xenofobo, c'è Chévénement, souverainiste di sinistra non xenofobo (ci mancherebbe pure!), c'è De Villiers, un vandeano. Questi sono per il no, ovviamente. A De Villiers va peraltro assai male, perché invita a votare per il no, ma la Vandea vota sì.
Resta un fatto scontato: se avessero votato “no” solo questi, il “no” avrebbe perso. Il problema è che una notevole fetta di europeisti (e che tali restano prima, durante e dopo il voto) vota “no”. Chi sono? Sanculotti, naturalmente. Peccato che non sia così: gran parte di loro sono docenti universitari, ricercatori, addirittura c'è un premio Nobel. Chiunque abbia contatti con l'accademia francese sa che è così, che docenti e ricercatori hanno dato un vero esercito al “no”.

Uno dei focolai del no è addirittura Science Po di Parigi (Scienze politiche, quella delle Haut Ecoles che forma i dirigenti politici). Certo, anche lì si sono divisi, ma resta il fatto che è uno dei “focolai”.

Una parte dei dirigenti socialisti (Fabius, ad esempio, che non è un estremista di sinistra) si pronuncia contro.
La stessa cosa vale per l'Olanda, mutatis mutandis, ma anche lì il mondo della cultura e della ricerca ha dato un sacco di voti al “no”, e sono voti di europeisti.

Ora cosa fa una persona mediamente intelligente di fronte ad una situazione del genere?

Cerca di farsi una domanda sensata: “Perché tanti europeisti hanno votato no?”. Perché è questo il fatto, il fenomeno, il problema: se non ci fosse stato questo, il no avrebbe perso.

Dunque è la risposta a questa domanda ciò che “spiega” il risultato.

Ora è facile rispondere “perché sono dei conservatori”. Facilissimo, salvo il fatto che non è una risposta, bensì una giaculatoria. Ma è proprio quello che i professorini di economia, come Sapir, fanno: così si possono costruire un uomo di paglia, e addirittura usare un argomento che è contro le loro tesi (anzi contro di loro, come sarà più chiaro tra poco) per rivoltarli invece al loro sostegno.

Naturalmente c'è chi usa toni di diversa condiscendenza verso questo “conservatorismo”, e Sapir è uno di quelli che usa i toni più comprensivi. Ma la politica (e qualsiasi altra attività raziocinante) non consiste nell'accondiscendere alla realtà (a cosa serve?), ma nel capire i fenomeni, nell'interpretarli, e alla fine, di fornirne uno sbocco politico (cioè, nei termini della politica, una “soluzione” praticabile, tra le tante possibili, praticabili o meno.

Fa parte del concetto di praticabilità, in politica, la circostanza di godere del consenso.

Consenso, non necessariamente entusiasmo). Le classi dirigenti che non fanno questo sono destinate a soccombere, non prima di avere lasciato rovine un po' dappertutto. Ma queste non sono cose che sono scritte nei libri di economia, sono scritte nei libri di storia (ce n'è una profusione, di vicende simili, nella nostra storia antica e recente).

Perché hanno votato no

Ora per rispondere veramente a quella domanda non c'è bisogno di frugare negli scantinati, di cammuffarsi negli angiporti per ascoltare ciò che gli avventori segretamente si dicono, di fare sondaggi: è tutto scritto, dichiarato, pubblicato, discusso. Le Monde ha pubblicato, secondo il suo costume, (il costume che dovrebbe essere di ogni giornale) interventi pro e contro, dei tenori del no e di quelli del sì di tutte le sfumature, pur essendo un giornale orientato per il sì. Tra i tenori del no Europeisti, Fitoussi, il premio Nobel per l'economia Allais.

Ora il premio Nobel non conferisce, a dispetto di quanto credono molti giornalisti e uomini politici italiani, il dono dell'infallibilità, neanche nelle specifiche materie. E' solo per dire che non si tratta di uno sconosciuto, valga quel che valga. Tralasciamo i politici come Emmanuelli, Fabius, ecc.

Quindi le motivazioni di questo sconvolgente fenomeno sono lì, sotto gli occhi di tutti, basta avere la pazienza di leggersi qualche paginetta, per avere un resoconto articolatissimo. Ma nessuno lo fa, tutti fanno finta di niente e parlano dell'idraulico polacco.

Ora cosa emerge da queste motivazioni (che sono, naturalmente, variegate e complesse). In termini ellittici: che una parte di europeisti non ha più fiducia (o comincia ad esserne allarmata) nelle capacità della classe dirigente di indirizzare un reale processo di riforma-costruzione europea.

Personalmente, condivido questo allarme. Essere allarmati significa essere impauriti? Forse. Ma perché avere paura di cose paurose non dovrebbe essere una salutare e fisiologica reazione? Una specie che non fosse dotata di questo tipo di istinto, sopravviverebbe? La specie del nostro ceto dirigente politico, che sembra avere perso questo genere di istinto, sopravviverà?

Questo processo di riforma, mercato mercato mercato, ha combinato vari disastri, e stava per combinarne altri di peggiori. Perché questi processi di riforma sono concepiti e compiuti da professorini di economia, e anche un po' somari. E non si può riformare niente in una cosa complessa come la società umana assumendo un punto di vista così specifico, parziale e ristretto come fa questo pensiero economicista. Non capisci niente se guardi tutto dal buco della serratura del PIL, al punto tale che non riesci neanche ad intervenire su di lui, ammesso e non concesso che sia quello che va fatto.

Sempre per restare sul terreno strettamente economico, nessuno si pone il problema del ruolo e del mandato della BCE, improntato ad un monetarismo ridicolo. La BCE, con  i suoi vincoli di mandato (esclusivamente difesa della moneta e lotta all'inflazione), è una delle concause della situazione sfavorevole dell'economia, ma nessuno lo dice. Perché nessuno lo dice? Qualcuno, ovviamente, lo farà perché crede che non sia così, perché è monetarista o perché non crede che la questione sia rilevante. Quindi, tutto bene. Ma non per tutti è così, e ciò nonostante questo dibattito, sul ruolo della BCE, è improponibile. Perché? Semplice: perché l'ingegneria istituzionale che ha presieduto alla formazione dell'Europa ha creato una specie di “dead lock” che rende di fatto impossibile modificare il mandato. E così noi ci teniamo una Banca Europea impotente, talvolta costretta, a causa del vincolo di mandato, a fare delle cose sbagliate. Gli americani se la ridono: gli errori monetaristi li hanno fatti ottant'anni fa, e li hanno però poi corretti. Oggi la FED ha tre compiti istituzionali: difesa della moneta (bassa inflazione),  occupazione e sviluppo economico, tre cose che secondo un certo pensiero “classico” sono incompatibili.

E uno.

L'armonizzazione fiscale.

Molti europeisti hanno fin da subito criticato il fatto che nel costruire l'Europa ci si preoccupava della moneta, della libera circolazioni di capitali, cose, animali e persone, ma non ci si preoccupava del fatto che senza un'armonizzazione fiscale ogni paese sarebbe stato paradiso fiscale all'altro.

Vediamo la situazione.

Nella stragrande maggioranza dei paesi europei c'è un tasso fisiologico di evasione fiscale, che è però molto più basso di quello italiano, per il semplice motivo che il locale ministero delle finanze incrocia la “dichiarazione dei redditi” (a proposito, in molti paesi non si fa, come è giusto che sia, quindi questo termine sta per l'equivalente operazione) con il consolidato dei conti correnti bancari intestati a quella entità (persona fisica o giuridica).  Quindi per evadere il fisco, bisogna lavorare in contanti, senza mai passare per un conto corrente bancario. Questo mette un limite alle possibilità di evasione. Da noi l'idea che il Ministero delle Finanze incroci i dati bancari dei cittadini con la dichiarazione, nel sentire comune anche di persone di ultrasinistra, viene percepito come “violazione del segreto bancario”. E' una fesseria che viene lasciata credere: il segreto bancario è un'altra cosa, e non c'entra niente con tutto questo. Una cosa del genere è lecita sotto ogni legislazione (lo sarebbe anche in Italia) perché chi accede alle informazioni bancarie è il Ministero delle Finanze, il quale è tenuto alla riservatezza esattamente come sono tenute le Banche, non un privato qualsiasi. Il motivo per il quale è stato inventato il codice fiscale, e l'obbligo di sua dichiarazione aprendo un conto corrente o un libretto di risparmio, è proprio questo. Se non lo si usa per questo, non ha motivo di esistere. In Italia, dunque, non ha motivo di esistere.

Nessuno in Italia è mai riuscito ad imporre una cosa simile. Gli economisti (di razze pur diverse) vi si sono generalmente opposti, dicendo (forse non a torto) che si sarebbe generata una spaventosa fuga di capitali. Anche ammettendo che avessero ragione, è un dato che deve far riflettere sullo stato della nostra economia, e non da ora.
L'Italia non è l'unico paese europeo dove c'è una situazione simile: mi risulta ci siano in sua compagnia Andorra, Montecarlo e Lichtenstein.

C'è un'altra cosa. I capital gains in Italia sono tassati alla fonte: 12.5%. Quindi, se guadagni lavorando, paghi come minimo il 23%, con aliquote crescenti con il reddito. Se investi in titoli, fondi o azioni, paghi il 12.5% fisso.

In Europa questa situazione è considerata un'anomalia dalla quale, “prima o poi”, bisognerà rientrare. Senza troppa fretta. In altri paesi civili i capital gains entrano a far parte del reddito personale (o d'azienda) e sono tassati assieme a tutto il resto.

Bene, ora supponete che un francese investa danaro in Germania (può farlo senza problemi: c'è la libera circolazione dei capitali), dove il sistema di tassazione non è alla fonte. Riceverà a fine anno i suoi capital gains, assieme ad un avviso della banca tedesca che lo avverte che deve dichiarare questi redditi al suo fisco (francese). Perfetto, salvo il fatto che non esiste nessuna circolazione di informazioni tra i due sistemi fiscali, per cui non si vede perché mai il cittadino dovrebbe fare una cosa così controproducente e tecnicamente impunita. Ma se fosse un “cittadino onesto” che vuole pagare le tasse anche in assenza della sanzione, può comunque farlo.

Ma c'è di più. Se un italiano investe il suo danaro in Francia, riceve alla fine dell'anno i suoi capital gains assieme alla letterina della banca. Supponiamo intenda pagare le tasse: bene, non può farlo, perché non esiste una voce del genere nella dichiarazione dei redditi italiana, dove i capital gains sono tassati alla fonte e prelevati direttamente dalla banca sulle somme da liquidare al cliente. Quindi qui non ci troviamo di fronte ad una non convenienza e ad una impunità tecnica, qui ci troviamo di fronte ad un pastrocchio giuridico.

E due.

Le privatizzazioni.

Anche su questi temi abbiamo assistito a lunghe giaculatorie. Ora chi scrive è sempre stato favorevole (parliamo dell'Italia) alla privatizzazione delle telecomunicazioni, ma non dell'energia. Le privatizzazioni servirebbero a innescare lo sviluppo (di cosa? Di nuovo, lo sviluppo economico, inteso come incremento del PIL).

Ora guardiamo a cosa è successo in Italia. Si sono privatizzate le Telecomunicazioni, e si è creato il mercato delle Telecomunicazioni. Magnifico. Ma nonostante le privatizzazioni fatte un po' dappertutto in Italia e in Europa, lo sviluppo (del PIL, dell'occupazione) ancora non si vede. In Germania le cose vanno meglio perché hanno ripreso le esportazioni, ma con le privatizzazioni tutto questo non c'entra un bel niente. Non si esporta il servizio di telefonia mobile, che è un fatto meramente organizzativo: ogni paese si fa il suo (es: Cina ed India).

Ma quello delle Telecomunicazioni è un mercato, e se sì, un mercato di cosa? Non c'è dubbio che si sono create opportunità di business (e che business, pensate alle compagnie di telefonia mobile).

Ma è questo che si intende con “mercato”, questo e basta?

Ora mi è assai difficile pensare che un oligopolio sia un “mercato”. Non lo dicono, ad esempio, i liberisti (quelli in carne ed ossa, non quelli invocati dalle controgiaculatorie della sinistra “alternativa”).

E difatti cosa abbiamo avuto? Tariffe folli. Una telefonata con un cellulare costa molto di più di una telefonata col fisso, quando dovrebbe costare molto di meno (anche un decimo). Basti pensare al fatto che le compagnie di telefonia mobile avevano previsto un breakeven di tre anni, e in Italia lo hanno raggiunto anche prima. Ora il breakeven è il tempo necessario a ripristinare il capitale iniziale accumulando profitti. Ora pensiamo a quanto possa essere, o sia stato, il breakeven degli impianti fissi, dove c'è un filo che collega la casa di ognuno con la casa di ogni altro, passando per centrali telefoniche, centraline di smistamento e - talvolta – ponti radio. Per installare una rete cellulare basta invece sparpagliare un po' di antenne. Negli USA le telefonate dai/ai mobili costano come le altre. Perché non applichiamo il modello anglosassone in questo? Naturalmente non se ne parla.

Nel frattempo le compagnie di telecomunicazioni, non contente di tutto questo (un giorno analizzerò i loro bilanci e pubblicherò le analisi), si stanno progressivamente trasformando in associazione per delinquere. Firme false dei clienti, prelevamenti indebiti dalle carte di credito, fatturazione di servizi inesistenti, propalazione di dialer (programmi subdoli che si autoinstallano nel computer dei naviganti in Internet e che fanno fare al modem dell'utente un numero a pagamento da 15 Euro allo scatto alla risposta, ecc. ecc.). Questa è “la concorrenza” (è il mercato, sciocco!) che si fanno, e anche in modo sfrenato. Concorrono nella truffa, ma non nell'abbassare i prezzi.

Se le cose sono andate particolarmente male in Italia, negli altri paesi è appena un po' meglio. In Francia è scoppiato uno scandalo su questo tema e (almeno) se ne sono occupati politici e anche l'Assemblea Nazionale (il parlamento). Anche per questo, là le cose vanno un po' meglio.

Scopriamo dunque che non abbiamo un quadro giuridico e normativo adeguato a fronteggiare la situazione, e che questo “mercato” è una bufala. E' un mercato di capitali, di investimenti, occasione di business, non un mercato di merci e servizi.

E tre.  

La flessibilità del mercato del lavoro.

Nella sua Relazione all'ECOFIN Sapir piazza l'Italia tra i paesi a mercato del lavoro rigido (rigido e iniquo al tempo stesso). Va bene, forse andava di fretta e non ha potuto entrare in dettagli, ma non si può liquidare la questione in questi termini (le analisi che si compiono al Think Thank Bruegel, all'Ecofin, alla libera Università di Bruxelles, sono a questo livello di schematismo e superficialità? Stiamo fini ...).

In Italia ci sono 22 Milioni di persone che vivono del proprio lavoro. Di questi, meno di dieci milioni hanno un contratto tradizionale a tempo indeterminato di lavoro dipendente. Gli altri sono “atipici” (strana lingua, secondo la quale “atipico” è più tipico del “tipico”). Nota curiosa: la somma degli iscritti ai tre grandi sindacati CGIL-CISL-UIL fa quasi quei dieci milioni. Se si considerano i sindacatini, questo vuol dire che i tipici sono tutti sindacalizzati, salvo spiccioli. 

Agli altri, gli atipici, nisba. Per loro, credere, obbedire, combattere. E qui c'è l'iniquità, e su questo Sapir ha ragione, ammesso che volesse dire questo.

Ora quei 12 milioni di atipici sono in una condizione di flessibilità totale. E' vero che il mercato è (forse) rigido per gli altri (ma per gli altri che lavorano alla FIAT, alla Pirelli, e giù di lì, perché altrimenti la flessibilità c'è oramai anche lì, se un'azienda va male licenzia. La FIAT se va male mette invece in cassa integrazione. Sono d'accordo: non è lo stesso). Allora, se questo non è un mercato flessibile, diciamo che è “semiflessibile”, altrimenti cosa si intende per un mercato “flessibile”?

Questa flessibilità è stata introdotta (in questo modo sciagurato) da governi di sinistra, purtroppo, e non da ieri. Sono anni che i cococo impazzano (oggi non sono più disponibili per i privati, grazie dispiace dirlo al governo Berlusconi, ma restano leciti per lo Stato. Qualcuno mi spieghi il perché).

Nonostante questo, non mi pare che si vedano tutti questi benefici effetti sulla nostra economia, la quale è sempre più stracciona e pezzente, e sempre più portata ad invocare misure protezionistiche contro i cinesi (i leghisti interpretano molto bene il “comune sentire” dell'imprenditoria del Nord-est).

Va bene, forse un po' di flessibilità fa bene allo sviluppo, non voglio negarlo a priori. Anche nell'ipotesi resta da chiedersi allo sviluppo di cosa. Del mercato? Delle opportunità di business? In ogni caso non mi pare sposti indicatori macroeconomici del tutto “classici”, per così dire. Non da sola, quanto meno, e il caso Italia è la prova provata. Allora, signori professorini di economia, cosa manca? Perché questo paese ultraflessibile (o semiflessibile) non mostra di reagire minimamente a queste iniezioni da cavallo di flessibilità? E di fronte a questa piccola difficoltà, chiamiamola così, la vostra proposta è di continuare nella cura da cavallo, senza porsi nessuna domanda? Di estendere anche agli altri 10 Milioni i contratti a termine, le partite IVA, i cococo e simili? Vogliamo quantomeno discuterne, portando argomenti e spiegazioni?

Ecco una ulteriore giaculatoria, la recitazione di credo indimostrati.

E quattro.

La disoccupazione e il modello anglosassone.

Questo è un discorso antico. Risale all'epoca del primo governo Berlusconi, del titanico scontro tra lui e Occhetto. Ricordate l'epoca, i temi? La promessa di un milione di posti di lavoro ecc. ecc?

Bene, era anche quello un periodo in cui in Europa si stava male, e negli USA “bene”. In Usa stanno bene, delle volte, e male delle altre (ma va?). Salvo che quando sanno male hanno senzatetto accampati nei grandi centri urbani, una cosa che in Europa si è rischiato di avere solo nell'Inghilterra della signora Tatcher. Si diceva: il tasso di disoccupazione europeo è del 10%, quello americano del 5%. Noi abbiamo il doppio dei disoccupati. Molti professorini di economia (e uno stuolo di giornalisti fessi)  ne traevano la conclusione (con una logica da asilo d'infanzia) che un'iniezione di “modello anglosassone” o “americano” ci avrebbe fatto bene. Anche questa giaculatoria era ripetuta come un'avemaria da ogni pulpito.

Bene, era tutta una balla. Chi lo ha detto che era tutta una balla? Incredibile, ma fu uno stuolo di economisti statunitensi, tra i quali il Nobel Solow, Leslie Turow e altri, riuniti ad un convegno al Lago d'Iseo su invito della fondazione di Amato (il socialista). C'erano tutti, la Confindustria, il sindacato dirigenti d'azienda, e qui e là, e su è giù.

Un giorno pubblicherò gli atti, se li ritrovo. Per ora vado a memoria (una memoria garantisco però piuttosto esatta).

Il succo degli interventi degli americani è stato questo:

1) L'Europa non avrebbe avuto nessun giovamento ad adottare il sistema americano di iperflessibilità, che non è un sistema “migliore” di un altro “peggiore”. E' semplicemente il sistema Americano. Là – luci ed ombre – funziona. Non è detto che funzioni altrove, e non è detto che sia l'unico modo – sempre e ovunque – di affrontare il problema del mercato del lavoro.

2) Il “modello americano” che hanno in testa molti europei non corrisponde molto probabilmente alla realtà. Ad esempio, non è (era) vero che il rapporto di disoccupazione tra i due paesi era quello che appariva.

Mi pare fu Turow quello a dilungarsi più a lungo sulla questione, facendo ragionamenti e cifre. In sostanza: i due numeri non sono confrontabili, perché nascono da procedimenti diversi, e perché vi sono realtà non confrontabili.

a) In USA se un intervistato dichiara di avere lavorato una sola ora nella settimana precedente l'intervista viene calcolato come un occupato. In Danimarca come 1/40 di occupato. In periodi di occupazione intermittente, questo fa una grossa differenza.

b) In USA esiste il fenomeno degli immigrati temporanei con permesso di soggiorno legato al lavoro (messicani, portoricani,  ecc.). Nessuno di loro dichiarerebbe mai di essere stato disoccupato ad un funzionario governativo (o percepito come tale) perché ha paura gli ritirino il permesso di soggiorno. La stima di (supponiamo) Turow era che questo nascondeva 4-5 milioni di disoccupati.

c) In USA le stime sulla disoccupazione nella Piccola e Media impresa non sono effettuate su base rilevata, ma sulla previsione mediante un modello matematico di simulazione (al calcolatore) a partire da dati macroeconomici. A suo dire, difficile prendere per buoni dei dati che nessuno verifica mai. Mi pare assai saggio (Un professore di Economia, ma questa volta come si deve).

d) In USA esistono fenomeni di forte occupazione stagionale (es. Agricoltura in certe zone, e nella vendita al dettaglio) che in Europa non esistono, rendendo dubbio il significato di un confronto.

La conclusione era che, fatta la tara di tutti questi fattori, il differenziale di disoccupazione tra Europa e USA era al massimo di 1-2 punti percentuali, cioè non significativa (concordo).
Questo convegno è passato inosservato, ne dette un rapido conto solo il Corriere. Le giaculatorie (fatte anche da economisti che probabilmente erano lì in sala) continuarono imperterrite, come se nessuno avesse parlato, senza neanche prendersi la briga di confrontarsi e di contestare.

Le posizioni enunciate da Turow somigliano peraltro a quelle di un Fitoussi (altro economista come si deve).

E cinque.

Conclusioni, sia pur temporanee.

Abbiamo qualche problema. Ne ho tratteggiati qua sopra cinque. I modelli di pensiero circolanti fanno acqua. Le politiche sono impotenti, o marginali quando va bene.  Ma discutiamo volentieri dei problemi che non abbiamo, o di problemi minuscoli.

A chi spetterebbe l'onere di tornare a parlare non di “problemi concreti”, come si sente dire, ma di “problemi politici” (quindi, sia astratti sia concreti) ?

Agli uomini politici, al “ceto politico”? Latu sensu, sì. Ma il “ceto politico” non dovrebbe essere così ristretto, dovrebbe includere anche delle persone non direttamente implicate nella prassi politica, perché i dirigenti politici ben difficilmente hanno tempo e modo di occuparsi intensamente di “ragionare” (e magari, anche di studiare). Inoltre, quando hanno delle responsabilità, sono spesso – giustamente - “ingessati” nelle possibilità di esprimersi liberamente.

C'è poi la “società civile”. La scuola, le Università, i sindacati. Tutti posti dove gli addetti dovrebbero riservare una parte del loro tempo e delle loro energie a riflessioni su questi temi, a discutere e fare discutere. Invece si limitano a fare i “consulenti” (remunerati, talvolta anche bene) di questo o di quello, di questa o quella amministrazione.

Ogni tanto qualche dirigente politico (che evidentemente percepisce in qualche modo il vuoto intorno a sé) lancia un “think thank”. Ma lo riempie di professori di economia, di sociologia, e diventa un posto dove di nuovo si fa accademia e non cultura politica.

Quest'ultima infatti gode – per definizione – di una caratteristica: non si fa in luoghi ristretti e chiusi. In luoghi ristretti e chiusi si può forse fare cultura, ma non cultura politica. Perché una cultura diventi cultura politica, bisogna che sia universale, che sia comprensibile a tutti e che parli di problemi (non necessariamente di “soluzioni”) visibili e comprensibili a tutti. E' una vecchia verità, che viene però dimenticata nella prassi. La migliore dimostrazione di questa tesi sta nella curiosa enfasi che viene posta nell'affermare che nella politica serve la “comunicazione” (Berlusconi, il “grande comunicatore”. Glielo concedono anche da sinistra).

Frase senza senso, perché la capacità di essere “comunicata” di una cultura politica, o di una visione politica, è a lei inerente, non è un attributo giustapposto o introdotto “in una certa fase”. E' la politica in quanto tale. E per questo in politica non servono i pubblicitari, i PR, gli esperti di comunicazione, ecc., e neanche i sondaggisti. Questi figuri servono solo quando si debba tentare di gabbare per pensiero politico qualcosa che  non lo è, che è incomprensibile perché rinchiuso in un punto di vista angusto.

E infatti, cosa “comunicano” i comunicatori professionisti quando sono ingaggiati dalla politica? Niente, niente che abbia a che vedere con il pensiero politico. Comunicano “un'immagine” (in genere di una persona, indipendentemente dalle sue specifiche capacità, per non parlare del suo pensiero. Esattamente come fosse un divo del cinema).

Non comunicano niente, semplicemente perché non c'è niente da comunicare. Ma se ci fosse qualcosa da comunicare, loro non servirebbero.







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