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MetodoEfficienza.   Occupazione e sviluppo.   Liberalizzazioni storiche.
I tempi e i luoghi, l'hinc et nunc.   Servizi pubblici locali.   Markup sui servizi pubblici. Liberalizzazione del commercio.   Ferrovie.   Professionisti.   Conclusioni.



Il Sole24Ore pubblica un documento di analisi che accompagna il decreto sulle liberalizzazioni. Se non lo trovate più, è qui.

Vale la pena di fare qualche rapido commento.

Metodo.

Iniziamo dall'incipit: “Per quanto riguarda il rapporto tra le liberalizzazioni, lo sviluppo economico e l'innovazione, evidenze empiriche e la stessa letteratura economica[1] hanno ampiamente confermato ...” [pag. 1 capoverso 1].

Quali siano queste evidenze impiriche (e dove vengano riferite) non è dato sapere. La “letteratura economica” sarebbe poi, come si legge in nota, nient'altro che la Banca d'Italia, la quale rappresenta una specifica cultura economica. La pretesa “oggettività” che si vuol far credere dunque non c'è affatto (né ci potrebbe essere, dato che l'"oggettività" è un mito platonico). Si tratta di analisi fatte da un preciso punto di vista, esattamente quello che “va per la maggiore” tra gli “economista di casa loro”, non nel senso di “italiani”, bensì nel senso di quelli che la pensano come lo establishment liberale. Tutto il testo si basa infatti su modelli da libro di testo. Sono discorsi scolastici. Vediamo.

Efficienza.

Poche parole dopo si scrive a proposito della regolamentazione eccessiva e onerosa che consentirebbe “alle imprese poco efficienti di sopravvivere”. Sia chiaro che qui nessuno difende la “regolamentazione eccessiva e onerosa”, ma sarebbe stato meglio scrivere invece “inutile”. Che si sia invece usata quella espressione fa intuire che si hanno in testa i “lacci e lacciuoli”, e dunque che si hanno propositi deregolazionisti. Con il che, siamo fuori del liberismo, per entrare nella porta (ormai sprangata in tutto il mondo) del deregolazionismo (aka laissez-faire).

E' questo inoltre un tributo al mito dell'efficienza (ottimalità) come unico parametro di giudizio. Vorrei citare qui un'azienda, la Ontonix, che scriveva sulle sue pagine un paio di mesi fa: “i sistemi ottimali sono fragili”: Non metto il link perché non faccio pubblicità, se vi interessa cercatevela da soli.

Noi stiamo vivendo un'epoca (2007-2012) che dovrebbe insegnarci qualcosa su quanto peggiore sia la fragilità rispetto ai presunti vantaggi della “ottimalità” (ammesso e assolutamente non concesso che quest'ultima nozione non sia vuota. Lo è, vuota, nel mondo umano reale, che non è l'universo ristretto al quale si applicano la programmazione lineare o quella dinamica).

Occupazione e sviluppo.

Le aziende “molto efficienti” occupano inoltre poco, proprio perché ottimizzano la produttività del lavoro (e i margini). Non sempre, e non ovunque, è un bene. Dipende.

Quanto ai miracolosi effetti sullo sviluppo (inteso nel senso del PIL, come poco dopo si precisa), “alcuni studi” avrebbero stimato che passando dal quartile peggiore a quello migliore (cioè, dalle stalle alle stelle) in termini di “qualità della regolamentazione” (un numeretto, statene sicuri), la crescita del PIL aumenterebbe di più di due punti due percentuali [pag. 1 capoverso 1]. Dato che salti così vertiginosi sono assai improbabili anche sul lungo periodo, avrebbe fatto piacere sapere cosa questi non precisati “alcuni studi” dicano per gli altri quartili, e dove l'Italia si collocherebbe secondo questi. C'è da scommettere che miglioramenti realistici di posizione condurrebbero a incrementi di PIL (stimati) ai limiti dell'apprezzabile.

Liberalizzazioni storiche: trasporto aereo e telecomunicazioni.

Le deregolazioni (liberalizzazioni?) del trasporto aereo e delle telecomunicazioni.

Il trasporto aereo ha beneficiato in effetti – su tempi piuttosto lunghi – di una riduzione dei costi notevole, ma esclusivamente sulle tratte molto lunghe e per biglietti non flessibili (data fissa, biglietti non revocabili). Il prezzo del trasporto aereo è da sempre stato sostanzialmente determinato dalla flessibilità (possibilità di cambiare data, percorso, vettore, ecc.) più che dal viaggio in sé e per sé. Le formule ipereconomiche sono sempre esistite, solo che prima si chiamavano “voli charter” ed erano relativamente meno diffusi.

Se si paragonano correttamente le cose, confrontando servizi simili invece che valori medi, si vede che quel che è accaduto è sostanzialmente l'espansione di una formula tariffaria favorevole solo perché permette di tagliare i costi relativi ai posti invenduti. E' questa l'espansione di “efficienza” che la deregolazione ha introdotto. Come si vede, però, il fattore determinante, più che la deregolazione, è stata la “smonopolizzazione”. Non sono sinonimi.

Certo, l'effetto non è stato di poco conto: il trasporto aereo da un lusso per pochi è diventato per molti, ma le cose stanno in questi termini, non si tratta di cali di prezzo generalizzati: il personale, i velivoli, gli aeroporti, il carburante, continuano a costare quel che costavano prima. E lo stesso avviene per i margini. E le vecchie compagnie aeree (localmente) “monopoliste” acquistano le compagnie low-cost (vedi Iberia-Vueling)

E chi deve viaggiare “flessibile” (ad esempio per lavoro) non vede affatto tutte queste differenze.

E al calo dei prezzi, sul lungo periodo, ha anche e forse soprattuto contribuito la tecnologia. Gli aerei si sono fatti più capienti e veloci, cose queste che con la concorrenza tra compagnie aeree non c'entrano nulla, mentre c'entrano invece gli investimenti dell'industria aeronautica.

Telecomunicazioni. C'è un altro mito da sfatare: la telefonia non è calata di prezzo, bensì aumentata. Anche qui, si deve stare attenti a come si fanno i confronti: è calato il prezzo della classica “telefonia su filo”, e soprattutto è molto calato quello della telefonia su filo internazionale e intercontinentale.

Questo è però avvenuto soprattutto grazie alla diffusione del VOIP (Voice Over Internet Protocol), cioè alla crescita di Internet e al fatto che – almeno fino ad oggi – la rete si trova generalmente in eccesso di capacità di comunicazione (salvo problemi localizzati, e nell'ultimo miglio).  Un contributo decisivo lo ha anche dato l'evoluzione e il miglioramento degli algoritimi di compressione del parlato, e altre technicality associate ai router.

La telefonia mobile ha invece prezzi ingiustificatamente alti, molto più alti della vecchia telefonia, e per di più si è diffusa a macchia d'olio, facendo dunque aumentare e la spesa unitaria, e quella complessiva, per la comunicazione telefonica (qui quanto scrivevo nel 2005).

Una telefonata da e su mobile dovrebbe costare molto molto meno di una su filo, e non il contrario.

Quando mai si è speso quando la va bene 5 o dieci cent (100 o 200 lire!) al minuto per telefonare nella stessa città, o anche nello stesso paese?

E questi prezzi folli, se si va ad analizzare ulteriormente, sono dovuti a loro volta a quell'altra follia che ha portato ad assegnare frequenze agli operatori, con ciascuno di loro che si è dovuto fare la propria copertura. Si è così realizzata di fatto una duplicazione-triplicazione delle infrastrutture, e un criterio di ripartizione (frequenze, invece che slot di trama) del tutto – questa volta sì – inefficiente.

Un criterio del genere era inevitabile col TACS (telefonino analogico), mentre diventa del tutto idiota con il GSM che si basa su trame PCM. Queste cose gli addetti al settore le hanno sempre dette. C'è la mania di “ottimizzare” tutto, anche il non ottimizzabile, e poi non si ottimizzano scelte tecniche come queste, che sono effettivamente ottimizzabili. Cosa questa che denuncia la natura dogmatica delle ipotesi implicite in analisi del genere.

Lo stesso "errore" lo si è fatto per il WiMAX (che è stato così ammazzato sul nascere). Anche qui, gli addetti al settore queste cose non hanno fatto altro che dirle fino all'ultimo fiato e fin dal primo momento.

Se la copertura (com'è stato per la rete cablata) fosse stata fatta e gestita da un'azienda pubblica monopolistica, che ne avesse mantenuto la proprietà, e alle aziende di telefonia fosse stato riservato solo il ruolo di vendere il servizio, avremmo avuto diversi vantaggi:

  1. Minor costo dell'investimento globale (una sola copertura invece di enne).

  2. Come conseguenza, soglia bassissima di ingresso per gli operatori telefonici (nessun investimento in infrastrutture da fare).

  3. Dato che si sarebbe trattato di un investimento pubblico, lo Stato avrebbe guadagnato vendendo comunicazione agli operatori. Il breakeven per i privati è stato inferiore ai tre anni, per lo Stato sarebbe stato probabilmente di un anno.

  4. La messa in pool delle frequenze avrebbe consentito uno sfruttamento ottimale della banda, rendendo disponibile per gli altri – rispetto al sistema attuale – quella in un dato momento non utilizzata da un operatore. Il costo di connessione sarebbe stato dunque più basso per motivi “tecnici”, ancor prima che di mercato.

  5. Una ipotetica Autorità per la tutela dei consumatori avrebbe avuto in mano un'arma formidabile per impedire alle compagnie di telefonia i comportamenti truffaldini che mettono in atto da sempre: ci sarebbe stata la minaccia di interrompergli il contratto.
    Lo stesso ragionamento si applicherebbe alla rete cablata, se fosse stata lasciata di proprietà di una società o ente pubblico, riservando ai privati la sola commercializzazione dei servizi.

I confronti vanno fatti come si deve, ed andando ad analizzare il processo realmente avvenuto sottostante ai numeri i quali, non ci si deve stancare di ripetere, da soli non significano nulla.

I tempi e i luoghi, l'hinc et nunc.

Quanto agli effetti occupazionali, poche parole dopo si riconosce che “... tali mutamenti hanno indotto nel medio termine la nascita di nuove attività e di nuovi posti di lavoro” [pag. 1, fine capoverso 3].
Questa affermazione tradisce, come peraltro tutto il testo, la cornice concettuale nella quale è pensata: come cioè se si fosse in tempi “normali”, e non in una crisi strutturale (non ciclica!).
L'impressione (ma è più che una impressione) è ulteriormente rafforzata poco più sotto:

Secondo un report del Centro studi Confindustria, elaborato su dati della Banca d'Italia, le liberalizzazioni produrrebbero nell'arco di 20 anni un incremento stabile del PIL di circa l'1,4% per anno” [pag. 1, capoverso 6]. In venti anni, l'1,4%!

Nel medio termine saremo tutti morti, se continua così: il problema urgente, hinc et nunc, è come garantire un ripresa dell'occupazione, ma da subito, non “nel medio termine” (quanti anni? Dieci, Venti?).

Servizi pubblici locali.

Qui ci sarebbe da scrivere un'enciclopedia. Si parla di “... eccessiva e non giustificata presenza di imprese ancora sotto il controllo di soggetti pubblici, per di più in assenza di controlli adeguati, come accade nel rilevantissimo settore dei servizi pubblici locali”.

Ora qui da noi c'è stato un referendum dal significato inequivocabile: i cittadini italiani non credono all'aumento di "efficienza" (dal loro punto di vista, non dei libri di testo di economia) dei servizi pubblici locali se affidati a privati.

Il problema fondamentale è quello infatti adombrato nel testo come una questione secondaria: il controllo (“dovuti controlli”, ma eseguiti da chi? Da chi, se non da un Ente pubblico, quali anche le Authority dovrebbero essere, e spesso non sono, o non lo sono abbastanza?). E data proprio la rilevanza dei servizi pubblici locali, e la rilevanza dei controlli, il controllo pubblico è ciò che meglio garantisce del controllo la possibilità (non la automaticità, che esiste per gli automi, non per le umane cose).

A titolo di esempio, vediamo una ex municipalizzata romana, la Acea, che ha in tempi relativamente recenti (una decina d'anni) rilevato la distribuzione dell'elettricità a Roma (avendo già anche quella dell'acqua, si tratta dunque di una multiservizi). Il Comune di Roma non ne ha più il controllo (ha solo il 30% delle quote, il resto è Suez e privati italiani, tra i quali Caltagirone). E' una delle peggiori aziende elettriche che si conosca. Ha combinato solo guai ed adotta nei confronti degli utenti (tali sono, non clienti) i soliti comportamenti truffaldini. Nella distribuzione dell'energia elettrica c'è la concorrenza, come noto, ma questo non ha provocato nessun cambiamento nella situazione.

E questo perché non è la concorrenza il fattore determinante, ma i controlli e le regolazioni.
Un'ulteriore considerazione, infine. Le aziende quotate in Borsa si fanno concorrenza sul piano della remunerazione del capitale (e assai più in termini di capital gain che di dividendi), non su prodotti, costi e servizi (“in subordine” tra prodotti, costi, e servizi, solo nella misura e nella modalità in cui serva allo scopo principale). E partecipano della generale fragilità del sistema “ottimale” della finanza.

Per questo bisogna tenerle lontano dai servizi pubblici essenziali. Vorrei una volta tanto avere l'occasione di intervistare personaggi come Olli Rehn, o alcuni “esperti di finanza” ordoliberali tedeschi, i quali si travestono quando serva a severi censori degli eccessi della finanza o dell'esistenza di un “complotto amerikano” ai danni dell'Europa. Gli chiederei come conciliano queste loro posizioni sedicentemente anti-global con questo culto della cessione a giganti privati quotati in borsa dei servizi pubblici essenziali. Sarebbe carino se una volta tanto qualche giornalista – loro che possono - si prendessero la briga di fare domande del genere.

Markup sui servizi pubblici.

Sempre la Banca D'Italia fornisce un riferimento per una serie di previsioni alle quali è difficile – così come sono presentate – prestare una sia pur minima fede perché del tutto incoerenti: “Sulla base delle simulazioni presentate nel lavoro, si ipotizza che un aumento del grado di concorrenza che porti il markup nel settore dei servizi in Italia al livello medio del resto dell'area attuato gradualmente in un periodo di cinque anni avrebbe effetti macroeconomici significativi. Nel lungo periodo il prodotto interno lordo potrebbe crescere di quasi l'11 per cento, il consumo privato e l'occupazione dell'8, gli investimenti del 18; i salari reali ne beneficerebbero significativamente, con un incremento di quasi il 12 per cento”.

Il PIL aumenta dell'11%, ma consumi e investimenti (nello stesso periodo, si direbbe, anche se lungo non si sa quanto, nemmeno approssimativamente) complessivamente del 26%. Il resto dove va a finire?

E con un incremento del PIL dell'11%, i salari aumenterebbero “quasi” del 12%. Bum! Miracolo italiano.

E parliamo di valori a prezzi costanti o a prezzi di mercato? L'inflazione che fine farebbe? E il calo dei prezzi (e dunque del valore) dei servizi pubblici locali a causa del diminuito markup, per avere effetti positivi sul PIL deve essere o sovracompensato da un aumento dei consumi (difficilmente di quegli stessi servizi, e in taluni casi anche sperabilmente) come effetto indiretto sull'aumento di altri consumi. E rispetto a quale base? Prima della crisi o del punto peggiore della crisi (che deve ancora venire?).

Si registrerebbe un forte aumento delle esportazioni (favorito dal calo dei prezzi italiani rispetto a quelli del resto dell'area) a fronte di un modesto incremento delle importazioni (dovuto all'aumento della domanda aggregata)”.

L' import da qualche anno cresce più velocemente dell'import (vedi Boeri) . Perché mai l'aumento della domanda aggregata dovrebbe avere effetti modesti rispetto a quelli sull'export? Questo significa un'inversione di tendenza che è difficile immaginare sulla sola scorta di cambiamenti di parametri globali quali quelli ipotizzati. Senza immaginare, cioè, una ristrutturazione e riconfigurazione del sistema produttivo, al fine di servire di più la domanda interna e nel contempo quella estera.
Questo quadro così ambiguamente accennato inoltre implicitamente replica il modello tedesco, secondo la parola d'ordine "tutti come la Germania": surplus delle partite correnti, una situazione non replicabile e non generalizzabile, per la contradizion che non consente. Qui ci sono link a argomentazioni pertinenti, in particolare Rossini.
Da segnalare anche un articolo di Carlo Bastasin, Sul Sole24Ore di  ieri 18/01/2012, dal titolo "La miope difesa di Berlino", sull'errore della confusione tra integrazione e identità ("tutti come la Germania").

Liberalizzazione del commercio.

La “possibilità di servizio congiunto di vendita al dettaglio e all'ingrosso” è una norma deregolamentativa, non “liberalizzatrice”. Significa favorire i grossi, quindi diminuire la famosa concorrenza (se con questa s'intenda l'aumento della platea degli offerenti), come ha fatto la grande distribuzione facendo secchi i piccoli negozi (e aumentando i prezzi un attimo dopo. Sono queste le strategia aziendali, chiedete a qualche insider se ne conoscete).

Qui sembra prevalere una visione più realistica della concorrenza, come cioè quel fenomeno che favorisce la concentrazione. Temo Einaudi si stia rivoltando nella tomba.

Quanto alle preoccupazioni che pervadono tutta questa parte a proposito delle “pressioni inflattive”, siamo francamente al ridicolo. L'inflazione programmata in Europa è il 2%, un tasso fin troppo basso che implica compressione dei salari, se non si vuole raccontarsi delle balle. E l'inflazione è l'ultimo problema che abbiamo. Questo rafforza l'impressione di un'analisi “senza tempo”, collocata in un momento qualsiasi fuori della storia e della realtà.

I dati sui risparmi nel parafarmaceutico (qualunque cosa se ne pensi) sono ridicoli: ottimisticamente 182 milioni l'anno che, per 60 milioni di italiani, fanno un risparmio di tre euro l'anno ciascheduno. Nel contempo si aumenta l'IVA dell'1%, il che fa sicuramente assai di più, in termini di maggiore spesa, e anche in termini di stimolo all'inflazione, visto che la si teme come l'uomo nero.

La politica di Penelope.

Sul ridicolo della "teoria economica dell'apertura dei negozi" trovate qualcosa e qualche significativo link qui.

Ferrovie.

La Germania ha un servizio ferroviario carissimo, ma di primo ordine, anche se non migliore di quello della Francia. Leggiamo che ivi, Germania, uhu!, “Il trasporto locale è pressoché interamente organizzato tramite contratti di servizio pubblico caratterizzati da massicce sovvenzioni pubbliche, assegnati in misura minoritaria tramite procedure competitive.

In Svezia vi sono limiti alla possibilità di concorrere allo “incumbent” (chi è, di grazia?) e da quanto si legge, l'unica interpretazione è che gli altri possano concorrere nelle lunghe percorrenze solo di notte e nei fine settimana. Il testo è ambiguo, ma quel “solo” è l'unica interpretazione sensata. 

Scopriamo poi che in Svezia l'operatore storico (il famoso “incumbent”, si direbbe) detiene il 65% del mercato, il resto è diviso tra 12 soggetti. Io lo definirei un monopolio, non so voi. Se sia pubblico o meno, in tutto o in parte, non lo si dice.  Che sia pubblico e non lo si voglia dire?

In Francia il servizio ferroviario è pubblico. Ad eccezione dell'Inghilterra, dunque, nei paesi presi in esame siamo ben lontani dalla “concorrenza” e dalla “liberalizzazione”. E, a proposito dell'Inghilterra (100% privatizzato), va detto che il servizio ferroviario, anche se migliorato da un terrificante minimo storico toccato grazie alla deregulation della Signora Tatcher, fa generalmente storicamente schifo.

E' curioso come da tutte queste considerazioni sia totalmente assente qualsiasi valutazione della qualità dei servizi, misurata dal punto di vista dei cittadini.

Le considerazioni sui prezzi sono – sia chiaro – giuste su determinati settori, in particolare i combustibili e l'energia. Ma su tutti questi settori c'è già concorrenza, il mercato dell'energia è stato liberalizzato da qualche anno, senza effetti sensibili.

La separazione tra rete di distribuzione e importazione (tra grossisti e dettaglianti) è sicuramente cosa giusta, e tutti vediamo che la benzina costa meno ai distributori “bianchi”, ma questo discorso fa a pugni con l'affermazione di cui sopra, a proposito della possibilità di unire commercio al minuto e all'ingrosso. Come si vede, almeno in questo caso si ha l'effetto opposto.

Infine, c'è una piccola aporia linguistica in questa asserzione: “Nei mercati ancora rimasti in regime monopolistico, nei quali non operano efficaci sistemi di regolazione dei prezzi e caratterizzati da un quadro regolatorio particolarmente restrittivo, l'inflazione è stata indubbiamente maggiore”.

Ci si domanda cosa si intenda con “quadro regolatorio restrittivo”, visto che un attimo prima si invoca una “efficace regolazione dei prezzi”, che è difficile non vedere come una “restrizione”.

Professionisti.

Tutto il discorso sui commercialisti mostra proprio che la concorrenza coi prezzi non c'entri nulla: il controllo della tendenza all'aumento nel loro caso non ha niente a che fare con la “liberalizzazione” della professione (che non si sa in cosa possa consistere), dunque con la concorrenza, ma proprio con interventi di tipo regolatorio (se non normativo) sulle associazioni di categoria.

Si omette invece di dire che in Italia sia i commercialisti, sia gli avvocati, sono troppi, soprattutto se paragonati ai paesi europei di riferimento (Germania, Francia, Svezia: non li ho scelti io).

E questo perché in Italia esiste ancora quella barbarie della “dichiarazione dei redditi”, nella quale è il contribuente che calcola le tasse da pagare, e se sbaglia è colpa sua. 

In Francia, tanto per dirne una, si riempiono dei moduli dove si “dichiara” quanto si è guadagnato e come, si allegano documenti, ed è il ministero delle Finanze che calcola l'imposta e la comunica al contribuente, il quale è libero di pagarla senza fiatare o di fare ricorso se non è d'accordo, o di chiedere dilazioni e anche l'annullamento delle imposte se si trova in particolari condizioni di bisogno (gravi malattie, ecc.).

E' impensabile che un privato cittadino (dipendente, pensionato, ancorché proprietario di appartamento e titolare di piccole rendite) debba rivolgersi ad un professionista (qual è anche un CAF).

Per gli avvocati apprendiamo con soddisfazione che le tariffe minime sono state abolite nel 2006, quindi molto di quel che si è discusso fino ad oggi è fuffa. Da quel che si è sentito vociferare, sembra stiano invece abolendo le tariffe massime. Non trovando riferimenti, la do però col beneficio d'inventario.

Qualcuno deve poi spiegarmi cosa c'entri con le tariffe e l'ingresso degli outsider a svantaggio degli incumbent (quanto bell'inglese, signora mia!) la possibilità di “farsi pubblicità” senza limiti se non quelli della pubblicità generalista. Ve lo immaginate un pischelletto alle prime armi che “investe” cospicui quattrini per farsi pubblicità? E duellare a suon di inserzioni e videoclip con blasonati studi miliardari?

Ma di questo il documento non parla.

E anche gli avvocati sono troppi, perché il loro alto numero dipende dallo stato ignobile della nostra giurisdizione, partorita da un legislatore assai poco sobrio (nel senso dell'ubriachezza) e incline al cavillo e alla logorrea legislativa. Cosa questa che favorisce la litigiosità, assieme alla spietata concorrenza tra avvocati molti dei quali la alimentano per ovvi motivi di bottega (aha, la santa concorrenza, fa anche di questo!).

In Italia abbiamo 207.240 avvocati (qui la fonte, albo nazionale degli avvocati). In Francia sono 47.000. Qui, sito di avvocati part-time (?), si contesta non il dato, ma il confronto con altri paesi ad eccezione della Francia. E si definisce “infamante” l'accusa agli avvocati di fomentare la litigiosità.

Mi spiace per loro: hanno ragione nel dire che non è il numero di avvocati a fomentare la litigiosità, bensì la confusione legislativa. Secondo questo articolo de lavoce.info, che cita le statistiche del Cepej 2006 (tav. 58 pag. 129. Se non si trova più, qui una versione pdf), il numero di avvocati in Italia (259 ogni 100.000 abitanti) resta alto rispetto anche alla Germania (154), oltre alla Francia (71) e all'Inghilterra, dove però l'articolo si sbaglia, perché ad eccezione della Scozia e dell'Irlanda del Nord, sono (secondo Cepej) 200 ogni 100.000 abitanti. Da dove venga fuori quel 22 citato non si sa.

E' invece vero l'opposto, è la confusione legislativa che, favorendo la litigiosità, aiutata da non pochi avvocati, richiede un così alto numero di professionisti della lite.

Se dovessimo sistemare le nostre cose, dovremmo perdere tra trentamila e sessantamila avvocati, anche senza voler raggiungere la Francia.

Vorrei dire questo, ai “riformisti coraggiosi”: sono queste le “riforme” da fare, la cosiddetta "semplificazione legislativa", ivi incluso mettere in costituzione delle norme contro la logorrea e l'incoerenza legislative; l'abolizione del calcolo delle imposte da parte dei cittadini.

Nessuno di voi ne parla però mai, perché queste sono cose "difficili". Come lo è anche quella di introdurre una legge sul regime dei suoli (“riforma urbanistica”), per affossare la quale la DC crocifisse a suo tempo il peraltro suo Fiorentino Sullo, su pressioni feroci della speculazione edilizia e fondiaria (in Italia strettamente intrecciate). Altro argomento tabù (o totem? Un argomento totem, direbbe il signora Fornero, visto che non vuole davanti il "la").

Meglio dunque i pannicelli caldi, che si vendono sempre bene e costano poca fatica, dei quali vanno pazzi OCSE, FMI e Banca Mondiale, quando non fanno di peggio.

L'idea quindi di voler allargare la platea degli avvocati è pessima, esattamente come quella di far aumentare i commercialisti.

Inutile gabbare questi provvedimenti come a favore dell'occupazione, perché si tratta di una sanguinosa beffa (e per i trascurabili numeri assoluti, e per il segno sbagliato).

Conclusioni

A mo' di provvisoria conclusione, facciamoci la domanda: ma queste famose liberalizzazioni, a quali risultati porteranno dunque (sul medio termine, s'intende, perché a breve nessuno dice che porteranno a nulla)?

Secondo non meglio precisati "alcuni studi", dopo un imprecisato lasso di tempo, l'incremento del PIL sarebbe, però precisamente, di due punti percentuali (qui^)

Per la Banca d'Italia, anche qui su di un orizzonte temporale non ben definito, l'incremento sarebbe - sempre precisamente - dell'11% (qui^)

Per la Confindustria, - dove i numeri son tutti precisi ma non i concetti - non si capisce bene se dopo vent'anni il PIL inizierebbe a crescerebbe dell'1,4% l'anno (allegria!), oppure se da qui a vent'anni dovrebbe aumentare dell'1,4% l'anno, dopo, non si sa. E non si sa perché, se quest'ultima interpretazione dello "arco di vent'anni" è giusta, la previsioni si arresti a venti anni, e non - che so - a dieci, oppure mai. Questo fa pendere verso la prima delle due interpretazioni. (qui^)

Come si vede, numeri numeri, numeri. Concetti, zero.

Un discorso così, è perfino difficile contestarlo, tanto è ambiguo e pasticciato. Come tutte le veline di Stampa&Propaganda, parla del sol dell'avvenire, di radiose generazioni future fuoriuscite improvvisamente da un lasso temporale vuoto, da un nulla.

I bolscevichi continuano a fare scuola, soprattutto tra i liberali: una nemesi storica.



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10-12/09/2012  Grecia, Francia, BCE

13/09/2012 Elezioni in Olanda

15-16/09/2012 Draghi al Bundestag. Grecia, Spagna, PS francese.

17/09/2012 Manifestazione sindacale europea. Draghi. Francesi, tedeschi e Maastricht. Bulgaria, Polonia, e l'Euro.

18/09/2012 Il fiscal compact. Grecia: crollo del costo del lavoro.

24/09/2012 Alta tensione in Grecia.

29/09/2012 I "numeri" di Maastricht.

16/10/2012 Ma l'avete capito il fiscal compact?

18/10/2012 Perché l'Europa si dibatte.

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08/02/2013 La depressione degli eurocrati.

14/02/2013 Quarto trimestre negativo per la zona euro.

20/02/2013 Perché la crisi euro non è ancora finita

02/03/2013 Handelsblatt: La CDU accomanda agli italiani di tornare alla lira.

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