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Fiscale :: Competitività :: Liberalizzazione :: Sovranità&Fiducia
Depressione :: Debito :: Rigore & co.  Lochescion&FunnyEngrish Mister Euro :: Rating&outlook :: Correlazione :: Meritocrazia

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Monti e la sua ideologia

11/01/2012


Non sarò l'unico, immagino, a domandarsi "perché proprio Monti? Perché lui e non un altro?". La risposta la trovate qui sotto, ed è: "perché Monti è tedesco".

E' Monti stesso a venirci oggi incontro, con questa intervista a Die Welt, riportata integralmente (in italiano) dal Corriere. Per una volta, un esempio di vero giornalismo, il quale deve informare i lettori, dando loro gli elementi perché si formino un giudizio, e non giudizi prefabbricati e senza supporti.

Da questo triste testo, pieno di luoghi comuni e di tic, dove è in piena evidenza il tentativo  da parte del nostro Cancelliere di compiacere la suocera tedesca (o meglio: la sua macchietta), citiamo qui:

Deve sapere che io ho sempre lavorato per un’Italia che somigliasse il più possibile alla Germania. Ho sempre voluto un’Europa della concorrenza, che si impegnasse il più possibile per l’idea di un’economia di mercato sociale, che proviene da Ludwig Erhard. Come vede, sento molto il tedesco.

«Amo molto la Germania. Soprattutto per le sue enormi conquiste, per la sua economia di mercato sociale. È un modello straordinario. La Germania lo ha sviluppato e poi lo ha esportato in Europa, e questo in tre tappe: i Trattati di Roma del 1957, il Trattato di Maastricht e poi il Trattato di Lisbona. La Germania è il paese che ha dato di più all’Europa – cioè un modello di società funzionante e ben equilibrato».

Non è il caso di dilungarsi sull'ordoliberalismo (Ludwig Erhard e l’economia sociale di mercato), una delle tante religioni che idolatrano il mercato e la concorrenza. Tutto il resto di questa pagina è dedicato a questo.

Val la pena invece di far rilevare un paio di altri fantasmi:

«Occorre comprendere che questa crisi non è la conseguenza di un difetto del modello europeo, bensì deriva dagli Usa. In Europa questa crisi – e ciò è parte della nostra storia di successo – non avrebbe mai potuto succedere. L’Europa è virtualmente in un’ottima posizione. Dobbiamo comprenderlo e accettarlo».

C'è qui continuità tra Monti e Tremonti, con la sua idea della "crisi americana". Questa è una delle più pericolose illusioni coltivate da questo puerile modo di atteggiarsi sempre a primi della classe. La crisi è una crisi di sistema. Che l'epicentro sia stato in America è un fatto relativamente occasionale, perché il punto non è la scintilla che ha scatenato l'esplosione, il punto sono i barili di dinamite seminati ovunque, Europa compresa, e in assenza di  compartimenti stagni e paratie tagliafuoco. Qui trovate un paio di testi in materia, più seri di questa puerile intervista e scritti da persone più serie di Monti: il Gn ombra, e il rapporto Dalhem. A proposito della "natura della crisi".

Certo gli USA sono particolarmente vulnerabili, a causa delle dimensioni dei fenomeni e dei suoi "isitituti finanziari" (too big to fail), ma dire "la crisi è americana" significa avallare uno dei tanti alibi di moda, che tutto dipenda da un "complotto di gnomi di Zurigo", o meglio "di New York". E così, capiamo anche perché Tremonti ripeteva quella sentenza: per compiacere la Germania, e la sua idea di Europa.

La crisi europea, che non è stata "importata" da quella globale, ma che a questa ha invece contribuito ricalcandone i meccanismi e perfino la natura del detonatore, non è affatto una "crisi dei debiti sovrani", problema che ha riguardato semmai la sola Grecia (con tutte le riserve del caso), ma è stata provocata da uno scoppio di bolle del debito privato, soprattutto immobiliare, guarda un po' proprio quel che in USA è avvenuto coi mutui subprime, sia pure con modalità diverse.

Certo che l'Europa è diversa dagli USA, ma in un senso opposto a quello che sta tanto a cuore a Monti, cosa che dimostra che quel che a Monti sta a cuore non conta nulla: in USA c'è indubbiamente un tasso di concorrenza molto superiore all'Europa. E si dà il caso che la concorrenza - quella vera, non quella dei libri di testo di economia - è stata il meccanismo base della miccia dei subprime. Ciò che manca al sistema non è la concorrenza, ma la regolazione e anche la limitazione del mercato. E ciò che rende fragile il sistema è proprio la concorrenza, soprattutto quando indiscriminata.

L'Italia ha subito le conseguenze della complessiva sfiducia nell'euro, che ha focalizzato la diffidenza verso i paesi indebitati, perché è chiaro che con la politica vigente l'indebitamento sarebbe peggiorato, e accompagnato da recessione e credit crunch, esattamente quel che poi sta avvenendo. Col risultato di trasformare una crisi di liquidità in una crisi di solvibilità.

Questa volta non si tratta di speculazione (che accompagna sempre la finanza, per come questa è costruita), o meglio non in modo determinante. Nessuno è così pazzo da attaccare "a freddo" una moneta come l'euro e un intero continente. Non stiamo parlando della Thailandia degli anni '90. E la speculazione finanziaria non può "inventare a tavolino", è come il surf, deve cavalcare un'onda esistente, magari per amplificarla. Solo che l'onda non è il debito pubblico, come invece sostengono gli Erhardiani.

Nota del 25/04/2012: Qui trovate sul Sole24Ore un divertente resconto di Vito Lops dell'andamento di Borsa e titoli all'indomani del primo turno delle elezioni presidenziali francesi, dove il rialzo dello "spread" e il calo delle Borse è attribuito al gatto nero in quel momento attraversante la strada: Hollande. L'indomani le borse risaliranno a causa di un altro gatto nero ... Come! direte voi: se le borse vanno su non è mica una sfortuna! Dipende, miei cari: chi aveva scommesso che calassero ancora ha perso. E' quindi tutta una questione di punti di vista.
E qui si impara come funzoni l'intreccio tra motivazioni reali e speculazione nei "mercati" (cioè: le Banche. Europee in questi casi): quell'intreccio-ambiguità tra essere e dover-essere che caratterizza tutta la "teorizzazione" finanziaria.
La cosa infatti divertente di quel pezzo di Lops è il riferimento allo spread, per bocca di Sergio Capaldi del Servizio Studi e e ricerche di Intesa Sanpaolo: Il lento rientro del deficit sotto il 3%, la performance economica deludente rispetto alla Germania e un'elevata dipendenza estera per il finanziamento pubblico rendono possibile una perdita di fiducia degli investitori accrescendo le probabilità di attacchi speculativi». Per questo motivo «in un'ottica di breve termine riteniamo interessanti strategie di allargamento dello spread Francia-Germania».
Nella stessa serata Intesa Sanpaolo ha chiuso a -6,29%.
Gesto dell'ombrello.

Se la speculazione non attacca la Germania (ammesso e non concesso che il modello dell'attacco speculativo sia corretto in questa fase) non è perché ha un basso deficit o un basso debito pubblico, ma perché la Germania è tra le prime quattro potenze industriali del pianeta. Esattamente lo stesso motivo per cui la speculazione non attacca gli USA, che da sempre hanno tassi più che ragionevoli, indipendentemente dal ciclo economico, dal debito pubblico a livelli "italiani", e dai fondamentali economici sulla carta pessimi (gli USA sono in deficit cronico delle partite correnti).

E un debito pubblico italiano così alto - tutti cercano di farlo dimenticare o addirittura di rivoltare la verità storica - lo dobbiamo proprio ad un clamoroso errore di politica monetaria, (per così dire: era l'andazzo generale) fatto da Andreatta nel 1981, che ha iniziato da allora ad impennarsi.

Noi in compenso aboliamo una delle poche cose per le quali gli ordini professionali erano cosa utile: la sorveglianza sulla pubblicità delle professioni (e dunque, il controllo della concorrenza in un settore dove non ha nessun senso, se non negativo). Perché questo la manovra di dicembre ha fatto, in tema di liberalizzazioni. Avremo finalmente pediatri che faranno sconti comitiva e concorsi a premi. Una vacanza alle Maldive con mammà e papà ogni dieci visite, ma solo ai primi tre.

Ha anche a quanto pare (speriamo in una smentita) allungato il minimo di contributi per il regime contributivo da 15 a 20 anni, espellendo così di fatto persone (quante?) dalla pensione. Possiamo immaginare i fiumi di lacrime della Fornero.

Quanto proponiamo e chiediamo agli italiani sono pesanti sacrifici. Sono necessari per avviare le riforme che conducono a una nuova e maggiore crescita. Per questo sono necessarie le liberalizzazioni del mercato del lavoro che richiederanno i sacrifici di molti cittadini.

Pur facendo la tara sull'imbonimento e l'ammannimento del pupo tedesco - intento trasparente dell'intervista - per vendergli i nostri "sacrifizi" a caro prezzo, ecco qual è la ricetta: liberalizzazioni, concorrenza, liberalizzazioni, concorrenza. Non - badate bene - mettere mano all'enorme squilibrio del tessuto produttivo italiano, che vede un pugno di grandi aziende che razziano in una moltitudine di microaziende con tre dipendenti tre che si scannano per pochi euro. No: liberalizzare il mercato del lavoro. Liberalizzare dal basso, e lasciar stare chi sta in alto. Molto ordoliberale.

E veniamo all'incontro di Deauville, il "cavallo di battaglia" di Monti, il suo "rimprovero" a Francia e Germania di avere "sterilizzato" del 2003 i parametri di Maastricht quando a loro "faceva comodo" perché li stavano violando.

Il nostro Cancelliere nonché suocero tedesco non ha nessuna speranza di convincere la Merkel (perché di questo si tratta) ad "allentare i cordoni della borsa" della BCE. E questo per il buon motivo che lui è il primo a non crederci, e pertanto non è credibile, come questa intervista dimostra.

Cosa fa infatti il nostro di fronte a quel patente esempio che ciò che è impraticabile e proprio il "rispetto assoluto delle regole"? Non dei principi, si badi bene, ma delle regole, cioè cose meccaniche, invariabili e senza contesto, e senza una soggettività che interpreta la mutevole realtà e modifica il suo pensiero e - conseguentemente - l'azione (per farla breve, in altre parole, quella cosa che si chiama "politica", o se volete, "pensiero").

Invece di appellarsi a questo esempio di "violazione delle regole", cioè di gestione politica dei trattati, per adeguarli alle circostanze (principio questo indipendente dalla considerazione se quello specifico atto fosse giusto o sbagliato), cosa fa? Li "rimprovera", rafforzando quindi la tesi che i trattati si applicano - come dicono del Corano i mussulmani integralisti - alla lettera, sempre e comunque. E di cosa li rimprovera? Non infatti di avere preso una decisione nel merito sbagliata, ma di avere astrattamente "violato le regole", e di avere quindi dato il "cattivo esempio". Perché la Grecia, o l'Italia, hanno un alto debito pubblico? Ma è semplice, è perché - li abbiamo sentiti tutti dire così - "lo fanno i Tedeschi, e allora lo facciamo anche noi, tiè"!

Perché mai dunque questo principio dovrebbe essere accantonato, su invito suo, di uno cioè che lo difende a spada tratta nello stesso momento in cui ne chiede la sospensione o l'interpretazione?

Non c'era d'altronde molto da aspettarsi, in materia di lungimiranza, da un'intervista che ci riporta ad un clima da classe di scuola di un romanzo d'appendice dell'ottocento, dove tutti cercano di apparire bravi scolaretti che ripetono le cose che bisogna dire e nel modo giusto, per far vedere di avere fatto i compiti a casa.

Il problema è però che l’Unione Europea, malgrado questi sacrifici, non ci viene incontro, in termini di una riduzione del tasso di interesse.

Ma come, dice lo scolaretto Monti, siamo stati bravi, abbiamo fatto i compiti a casa, e voi non ci abbassate i tassi, non ci premiate! Non fate comperare i titoli italiani del debito alla BCE! (Bhè, questo non lo dice esplicitamente, non è una frase che un bravo scolaretto possa dire). Notate: italiani. Il problema non è infatti generale, europeo, di governo dei tassi di interesse perché questi falcidiano i bilanci pubblici (il cui debito è fatto più che totalmente di interessi in regime composto) ingrassando bilanci di Banche che non sanno cosa farsene, visto che i loro liquidi finiscono nei depositi overnight.  Solo chi è stato bravo va premiato (la politica monetaria come premio, non s'era mai visto. Ma qui tutto è premio e castigo), e per il resto, chi s'è visto s'è visto in materia di conseguenze.

Il problema è che non si parla lì di ragazzini e maestrine, ma di donne e uomini attempati.

E i destini di questo continente sono in mano a gente del genere.

Se fossi una Banca, non scometterei un centavo sull'Europa.


P.S. C'è un passo particolarmente carino, nell'intervista:

Il mio Governo ha presentato agli italiani in poco tempo una quantità di decisioni [...] E’ stato anche più veloce della maggior parte dei provvedimenti in Germania, che pure sono lunghi e pieni di istanze – da voi si consultano sempre tutti i possibili gruppi di interesse e le parti sociali.

Certo, dice il pierino, noi non abbiamo fatto come da voi, perditempo che non siete altro, che consultate gli interessati e le parti sociali. Da noi, niente pluralismo né democrazia, si fa e basta. Prendete esempio, voi tedeschi, ancora attaccati ai rituali della democrazia!

Che sia pensando di inviare un Dolfuss in Germania?

20/12/2011

Il Cancelliere Mario Monti è un seguace della scuola di Friburgo, al secolo "Economia sociale di mercato", ovvero ordoliberalismo. Abbiamo già avuto modo di accennarvi.

Chi volesse approfondire le origini (naziste) e la natura dell'ordoliberalismo tedesco, trova nel numero di settembre della "Biblioteca delle Libertà", la rivista del Centro Einaudi, un approfondito e illuminante saggio di Alessandro Somma, dell'Università di Ferrara.

Il saggio in quattro parti si trova on-line (qui). Da questo link potete direttamente scaricare il corrispondente pdf.

Per l'intanto, può essere utile uno stralcio di una intervista a Monti del 2008, il cui senso diverrà assai più chiaro dopo la lettura del saggio citato.

"Quando promuovevo in Italia l'economia sociale di mercato negli anni 80, e mi chiedevo perché Ludwig Erhard avesse avuto successo in Germania con gli stessi principi che invece Luigi Einaudi non era riuscito a far prevalere in Italia, andare verso l'economia sociale di mercato era per l'Italia una sfida. Quel modello di stampo tedesco stava diventando – [...] - la costituzione economica europea. Includeva aspetti antitetici al pensiero e alla prassi dell'Italia di allora: stabilità monetaria, banca centrale indipendente, disciplina di bilancio, mercato aperto e concorrenziale. Certo c'era anche il "sociale", ma perseguito ordinatamente, con un sistema fiscale redistributivo; non disordinatamente, con prezzi politici e altre interferenze dello Stato nel mercato. Per l'Italia, andare verso l'economia sociale di mercato voleva dire andare verso la disciplina e verso l'Europa. Questo fondamentale processo, lentamente, ebbe luogo. Oggi, il richiamo all'economia sociale di mercato, in particolare in Italia, dà a volte l'impressione di essere pronunciato con un'ispirazione opposta. Si è un po' insofferenti verso la disciplina imposta dalle regole del bilancio pubblico o da quelle del mercato, e allora si "rivendica", in contrapposizione alla prova non buona data di recente dal modello americano (ecco un'altra "conseguenza economica del Signor Bush"), la legittimità, anzi la necessità, di maggiori dosi di socialità e di discrezionalità politica.” (Intervista a Mario Monti, Sole24Ore, 2008, ripresa anche qui).


Si noti la finezza di quell'avversativo "ma" in "c'era anche il sociale, ma perseguito ordinatamente ...".  Perché il sociale di sua natura sarebbe fonte di disordine,  che consisterebbe nelle interferenze dello Stato nel mercato, come i "prezzi politici". Non è chiarissimo cosa intenda, ma i prezzi stabiliti dalle autorità per generi di prima necessità come l'energia sono "prezzi politici", così come i contratti telefonici per la prima casa. Si suppone dunque che tutto questo disordine debba essere messo in ordine, cioè soppresso.

Quanto all'identificazione di Ehrard con Luigi Einaudi, direi che quest'ultimo si sta rivoltando nella tomba.

A parte quindi la redistribuzione fiscale (imperseguibile nell'attuale Europa dove gli stati si fanno concorrenza tributaria), niente tariffe stabilite, per i trasporti pubblici, per l'acqua, ecc.
I prezzi - si suppone - si tengono a bada con i soli mezzi del mercato, non selettivi (nessuna discrezionalità politica!) come in Germania (e, al suo seguito, in Europa): con la stabilità monetaria, ovvero bassissima inflazione, e con la più diretta conseguenza di questa scelta: il blocco dei salari e del potere d'acquisto. Se una società così non precipita nella depressione, è solo esportando molto ed importando poco, come fa la Germania (7% del PIL di surplus delle partite correnti, per l'80%  fatto in Eruopa. Un volume di export superiore a quello della Cina).
Una cosa questa, come ognun capisce, perfettamente sostenibile, nel tempo e nello spazio. Soprattutto generalizzabile.

Il Cancelliere (allora solo molto in pectore) deve inoltre avere degli Stati Uniti l'idea da fumetto che hanno quasi tutti i liberali di destra e di sinistra, soprattutto italiani (i quali sono convinti che liberal significhi liberale). A proposito delle maggiori dosi di "discrezionalità politica" (che più propriamente si chiama "pluralismo", senza il quale non c'è democrazia), a parte la lunga sequela di interventi di Krugman (fino a prova contraria, uno statunitense), il Cancelliere e i suoi estimatori (e anche taluno dei suoi critici da destra) potrebbero dare una letta qui, a cosa dice un altro statunitense. E' James Kenneth Galbraith, figlio di John, a proposito della "discrezionalità politica" che, grazie agli ordoliberali di Friburgo, manca in Europa ma non negli USA (e Bush non c'entra nulla, semmai F.D. Roosevelt):

"Gli europei stanno improvvisando. Devono andare contro i principi della Banca Centrale, contro il Trattato di Maastricht e le sue restrizioni alla spesa pubblica, al deficit di bilancio. Si tratta di un problema di sistema. Il nostro è un problema politico. Noi possiamo risolvere i nostri problemi." (24/10/2008)

E questo forse aiuta anche a capire la natura del contrasto statunitense-tedesco, che ci è stato tenuto, dalla nostra genuflessa stampa, accuratamente nascosto. Si tratta anzitutto di un conflitto di filosofia politica: l'apoliticità e il corporativismo ordoliberale da una parte, e il pluralismo politico e sociale della cultura liberal statunitense dall'altra.

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18/09/2012 Il fiscal compact. Grecia: crollo del costo del lavoro.

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