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Fiscale :: Competitività :: Liberalizzazione :: Sovranità&Fiducia
Depressione :: Debito :: Rigore & co.  Lochescion&FunnyEngrish Mister Euro :: Rating&outlook :: Correlazione :: Meritocrazia

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Depressione
26/10/2012 :: 23/01/2012 :: 19/12/2011

26/10/2012

La parola "depressione" decisamente è stata espunta dal lessico politico, economico e giornalistico. Vale dunque la pena fare un piccolo excursus linguistico e uno storico, e dare un'occhiata oltre che al vocabolario, anche alla "Grande Depressione" del 1929.

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depressione [de-pres-sió-ne] s.f. (pl. -ni)
1 Abbassamento di livello di una superficie: la strada era piena di depressioni

(Dizionario Hoepli della lingua italia di Aldo Gabrielli)

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depressione [de-pres-sió-ne] s.f.
1 Discontinuità di livello per cui una parte risulta più bassa di quelle circostanti

SIN(onimi)  avvallamento, abbassamento: d. del terreno || d. continentali, quelle inferiori al livello del mare e che si trovano nell'interno dei continenti
2 meteor. d. barometrica, zona di bassa pressione atmosferica, area ciclonica
3 econ. Fase recessiva del ciclo economico
4 Stato caratterizzato da malinconia, senso di vuoto, caduta di ogni interesse vitale: cadere in d.
• sec. XVIII

(Vocabolario Italiano del Corriere della Sera)

Ora vediamo qualche figura sulla depressione nella accezione 3 del vocabolario del Corriere della Sera. Come fonte prenderemo la voce "Great Depression" di wikipedia inglese, perché la voce italiana è da questo punto di vista piuttosto carente (come spesso capita, purtroppo).

Questo che segue è il grafico del PIL reale (non nominale, leggete qui per intendere il perché di questa enfasi) degli Stati Uniti, dove è ben visibile la Grande Depressione del 1929. Qualche anno dopo se ne nota un'altra, più breve, ma osservando gli anni si capisce subito di cosa si tratti.


Osservando la zona in rosa, si vede che si considera terminata la depressione quando il PIL reale è diventato stabilmente superiore a quello degli inizi, non quando il PIL ha ricominciato a salire.

Questo torna perfettamente col dizionario, pel quale la prima accezione è quella topografico-geografica: un tratto di terreno la cui quota sia inferiore a quella circostante.

Vediamo un maggiore dettaglio:



Qui c'è il PIL reale pro capite (riferito questa volta al 2000), e anche un po' di eventi, compresa la "Recessione durante la depressione", quando l'amministrazione Roosevelt smise di somministrare "stimoli" all'economia, pensando che il PIL era tornato ai livelli pre-crisi, il motore era orami ripartito e l'economia privata ce l'avrebbe ormai fatta da sola. Si sbagliavano, e corsero subito ai ripari. Un errore che costò, come si vede, un paio di anni (l'ampiezza della "depressione locale", per così dire).

Questo dovrebbe servire da ammonimento per quanti pensano che esista una specie di meccanismo a molla: tanto più in basso si cade, tanto più la molla tira verso l'alto. Le cose non sono così semplici, ad onta di quel che pensava Walras (e fin troppi dei suoi seguaci odierni), che riteneva che l'economia dovesse ricalcare le orme della meccanica razionale, come scriveva nel suo ultimo lavoro "Economia e meccanica" (leggere per credere).

Se l'inizio della risalita coincide con l'entrata in servizio di Roosevelt non è dunque perché "si era toccato il fondo": il "meccanismo a molla" non c'è. Ci sono, invece, le politiche. Quelle di Hoover, che "lasciano andare per la discesa", e quelle di Roosevelt, che "aiutano per la salita".

Oggi siamo messi peggio che all'epoca di Hoover, perché quest'ultimo si limitò a non fare nulla, mentre oggi abbiamo molti "vandali" che si danno un gran da fare per "aiutarci per la discesa". L'Europa è praticamente nelle loro mani, nelle mani di questi "visionari" (è proprio il caso di dirlo) "costruttori dell'Europa" a furia di calci e di crisi (come diceva Jean Monnet, «Gli uomini accettano il cambiamento soltanto nella necessità e vedono la necessità soltanto nella crisi»).

Infine, un dato solo apparentemente "collaterale": la disoccupazione:



L'indice di disoccupazione raggiunse rapidamente il 21÷22%.

Si dirà: ma noi ne siamo lontani, siamo a circa la metà.

E si dirà sbagliato. I nostri indici di disoccupazione non sono affidabili, e sottovalutano grandemente il fenomeno.

Prendiamo il caso dell'Italia. Questa ha una popolazione di 60 milioni di abitanti. Di questi, circa 50 milioni sono in "età da lavoro" (15-65 anni, circa).

Di questi 50 milioni, 24 costituiscono la cosiddetta "forza lavoro", o "popolazione attiva", il famoso denominatore a cui le percentuali di disoccupati sono riferite. Questo in ossequio alla teoria economica costruita ad imitazione della meccanica razionale di cui sopra, la quale dice che in un'economia di mercato (purché questo non sia turbato, veh, da interventi "impropri" dei poteri pubblici!), "all'equilibrio" (quando cioè la molla di cui sopra ha smesso di oscillare) non possono esservi "disoccupati involontari". Tutti quelli, cioè, che "desiderano lavorare", lavorano. E questo perché, evidentemente, se uno non vuole lavorare, mica lo si può obbligare, come si faceva nei campi di concentramento e nei gulag. Non è così che funziona il mercato, perbacco!

Non ridete, perché non c'è niente da ridere.

Secondo questa teoria, in Italia ci sono 26 milioni di persone che non lavorano perché non vogliono lavorare. Certo, ad esempio, gli studenti. Poi le casalinghe, che in realtà lavorano, ma evidentemente non amano i lavori remunerati. Poi miliardari, lenoni, pescatori di frodo, mafiosi e malavitosi (i quali a loro modo purtroppo "lavorano", sia pure nella "economia informale"), ecc. ecc. Tutto ciò ammonta a 26 milioni di fortunate persone che non fanno niente da mane a sera, e non incassano una lira (oopps! un euro), o almeno non lavorando.

Bene, prima di stimare la disoccupazione, bisogna dunque accertarsi se chi non lavora lo faccia volontariamente o meno. Ora, l'uomo pensante discute e si scervella da qualche secolo su temi come il "libero arbitrio", su cosa significhi decidere e su come si decida (leggete per esempio l'istruttivo "caso Phineas Gage" nella prima parte del libro di Antonio Damasio "L'errore di Cartesio"), su cosa sia "volontario" e cosa "involontario". Ma no!: quisquilie, pinzillacchere, fanfaluche. La determinazione della "volontarietà" deve necessariamente essere una cosa assimilabile a quella del PH di una soluzione, che si fa assai semplicemente immergendovi una cartina di tornasole e osservando di che colore diventa.

Dunque, basta domandare - perché il tasso di disoccupazione si determina mediante interviste a campione, come l'Auditel - al soggetto candidato disoccupato se abbia effettivamente, sul serio, veramente, l'intenzione di lavorare o meno (qui l'ISTAT). Ma dato che l'occasione fa l'uomo ladro, mica si può prendere la sua risposta per oro colato, cerchiamo di non essere ingenui! Gli si deve dunque chiedere di fornire delle "prove" della "volontarietà" di voler lavorare, e dunque della "involontarietà" di questo suo essere senza lavoro. Non la faccio più lunga, perché sui criteri di determinazione del tasso di disoccupazione ci sono state infinte diatribe, e molti lo considerano sottovalutato. Il problema cardine sono i cosiddetti disoccupati di lungo periodo "scoraggiati". Qui trovate un paper di Eliana Viviano sul tema. Io dico che forse abbiamo qualche problema anche con le casalinghe.

Ora, il nostro Ministro Passera ebbe modo, già qualche mese prima di andare al Governo, di dichiarare che i nostri disoccupati sono di più di quanto si ritenga. Gli fece eco subito dopo la Mercegaglia dicendo che aveva ragione. Recentemente ha dichiarato che in realtà sono 6-8 milioni, dopo essere andato al Governo. Non mi risulta nessuno lo abbia mai smentito (qui Radio Vaticana, Oipa, Corriere, Corriere).

Se lo prendiamo per buono, il conto è presto fatto.

Il tasso di disoccupazione ufficiale è circa il 10%, dunque i disoccupati sarebbero 2,4 milioni (su 24 milioni). Ma Passera dice che in realtà sono 6-8 milioni. Sarebbero dunque in realtà 6-8 milioni su 30-32 milioni, anche a voler prendere per buoni i 24.

Questo fa un tasso di disoccupazione del 20-25%.

Ora ridate un'occhiata al grafico.

Qualcuno potrebbe a questo punto osservare: ma se i nostri dati sono sottovalutati, potrebbero esserlo altrettanto quelli stimati relativi al '32.

Vero, possibile. Ma l'abitudine a "manipolare" scientemente l'indicatore - per ovvi motivi "politici" (si notino le vigolette) - è piuttosto recente (una ventina d'anni), e tipicamente europea. Perché in Europa la depressione dell'occupazione è endemica (un elemento del "modello europeo"?).

Gli USA hanno meno quest'esigenza, anche se ovviamente queste stime sono soggette ad errore, come tutte le cose di questo mondo. Negli USA infatti si guarda al numero assoluto di posti di lavoro, NON al tasso, come abbiamo potuto osservare in questi mesi della campagna elettorale presidenziale in corso.

E' inoltre assai poco plausibile che chi ha fatto queste stime a posteriori, in sede storica, avesse un interesse a sottovalutare la disoccupazione dell'epoca.

23/01/2012

A proposito della depressione nella qual ci troviano (la crisi ha oramai quasi quattro anni, dal 2008, e dunque non è una classica "crisi ciclica"), da segnalare un commento (positivo) agli interventi del direttore del FMI Christine Lagarde. Ci sono molte considerazioni degne di nota, in particolare quelle sugli squilibri delle partite correnti in seno all'Europa (la fabbrica del debito per i paesi in deficit cronico, come la Grecia).

19/12/2011

Depressione è una parola che assume diversi significati a seconda del contesto.

In economia  "depressione" (in questo link si trova una discussione abbastanza ampia dei termini correntemente utilizzati) indica uno stato di recessione particolarmente lungo e profondo, come la Grande Depressione che seguì il crash di Wall Street del 1929.

In psichiatria depressione indica una turba dello stato dell'umore.

Tra le due accezioni c'è però un nesso, per quanto possa sembrare strano a prima vista. Non le guerre, infatti, non le grandi calamità naturali, ma le depressioni economiche sono quelle più capaci di indurre stati depressivi di massa. Anche se l'alto numero di suicidi per la crisi del '29 è in parte una leggenda, è comunque durante le depressioni economiche che il numero di suicidi cresce, come tristemente vediamo di questi tempi.

Dorothea Lange Migrant MotherQuesta qui accanto è una foto del 1936, in USA considerata il simbolo della Grande Depressione: il volto di Dorothea Lange, la "madre migrante", con la tipica facies della depressione clinica. Questa foto (se ci fate click sopra, potrete osservare una versione ad alta risoluzione da 5,4 Mbyte) rappresenta ambedue le accezioni della parola.

Ed oggi? Cito qui, dal link verso "depressione" all'inizio di questo post, le seguenti parole: "Ora, invece, le banche centrali sono libere di perseguire politiche anticicliche, riversando liquidità nel sistema economico ogni qualvolta lo ritengano opportuno e nella misura desiderata. Infine, si è capito quanto sia essenziale sostenere il sistema creditizio, impedendo i fallimenti a catena di istituti bancari, che negli anni ’30 misero in ginocchio l’economia americana."

Purtroppo l'autore del post si sbaglia, almeno in parte. Le banche centrali non sono tutte libere di perseguire politiche anticicliche. La FED lo ha fatto e lo sta facendo, la Banca d'Inghilterra lo sta facendo.

La BCE non lo sta invece facendo perché questo contravviene ad un postulato dell'ordoliberalismo tedesco contemporaneo (o "Scuola di Friburgo", ribattezzato pudicamente in "economia sociale di mercato"), che vive circondato dagli spettri della iperinflazione del 1923, che dipese da altri fattori e avvenne in una situazione che non ha niente a che vedere con quella attuale.

Il mondo è così entrato in depressione, per responsabilità essenzialmente europea, e tedesca in particolare.

Resta, del brano citato, solo l'ultimo capoverso: il salvataggio delle Banche. La BCE salva le banche, ma non gli Stati, non le persone. E' il colmo, ma è così.

Draghi mostra scetticismo verso la politica anticiclica, a causa degli scarsi risultati. In effetti, la FED è riuscita solo a frenare la recessione - evitando fino ad oggi la depressione - ma non è riuscita ad innescare la ripresa. Negli anni '30 ci vollero dieci anni per stabilizzare nuovamente il mondo. L'Europa, nel frattempo, inventò due mostri: Mussolini e Hitler.

La situazione attuale è però peggiore di quella del 1930: oggi abbiamo una massa enorme di debito privato che ingoia la liquidità, che va a ripianare i debiti anziché a costituire domanda.

Quello che a Draghi sfugge (e non è l'unica cosa a sfuggirgli) è che se il sostegno di bilancio non basta, questo non significa che sia inutile o - peggio - che se ne possa fare a meno. E l'Europa sta invece implementando ovunque politiche restrittive e di soppressione dei normali meccanismi democratici, una catena di "errori" agghiaccianti. L'Europa si qualifica ormai come l'"Europa delle banche", contro le società europee.

Alla domanda che tutti si fanno oggi, se questa sarà una nuova Grande Depressione, si deve dunque ragionevolmente rispondere che no, non sarà una nuova Grande Depressione: sarà peggiore, e più lunga, perché alimentata da politiche cicliche. E c'è da scommettere che produrrà nuovi mostri. Difficile prevedere quali forme esattamente prenderanno, ma qui e qui si leggono analisi che tentano di individuarle.

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Chi volesse approfondire le origini (naziste) e la natura dell'ordoliberalismo tedesco, trova nel numero di settembre della "Biblioteca delle Libertà", la rivista dei Centro Einaudi, un approfondito e illuminante saggio di Alessandro Somma, dell'Università di Ferrara.

Il saggio si trova on-line qui, da dove è possibile scaricare il corrispondente pdf.

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Rassegna stampa internazionale

12/08/2012 Juncker sulla Grecia

10-12/09/2012  Grecia, Francia, BCE

13/09/2012 Elezioni in Olanda

15-16/09/2012 Draghi al Bundestag. Grecia, Spagna, PS francese.

17/09/2012 Manifestazione sindacale europea. Draghi. Francesi, tedeschi e Maastricht. Bulgaria, Polonia, e l'Euro.

18/09/2012 Il fiscal compact. Grecia: crollo del costo del lavoro.

24/09/2012 Alta tensione in Grecia.

29/09/2012 I "numeri" di Maastricht.

16/10/2012 Ma l'avete capito il fiscal compact?

18/10/2012 Perché l'Europa si dibatte.

27/10/2012 Oltre al "Grexit", anche il "Brixit"? Gran Bretagna fuori della UE?

05/11/2102 Portogallo: Il partito socialista dice no a 4 miliardi di tagli. Irlanda: i sindacati e il corteo anti-austerità.

14/11/2012 Scioperi e manifestazioni in tutta Europa.

19/11/2012 La presidente Brasiliana Rousseff: "l'austerità è un autogol"

01/12/2012 Il partito antieuropeo avanza nelle suppletive inglesi.

24/01/2013 Salvataggio della Slovenia: il premier non si dimette.

08/02/2013 La depressione degli eurocrati.

14/02/2013 Quarto trimestre negativo per la zona euro.

20/02/2013 Perché la crisi euro non è ancora finita

02/03/2013 Handelsblatt: La CDU accomanda agli italiani di tornare alla lira.

10/05/2016 Dubbi tedeschi sul debito pubblico della Germania

31/07/2016 Intervista di Ray McGovern alla Neues Deutschland

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