N. 1 
Gerenza: 

Direttore responsabile: 
Prof. Ranarridh Chandrasekar Baracatomolitreh, regolarmente iscritto al Reale Ordine dei giornalisti del Bhutan, con il numero 3. 
Editore: 
The Bhutan International Press - Italian section - Dharam, Bhutan. 
Si ringrazia il dipartimento di italianistica della facoltà di letterature straniere della Reale Università del Bhutan, il lavoro dei cui Docenti ha reso possibile questa pubblicazione. 

 
 

Questo è un giornale su ondulix, clandestino e senza mezzi (e senza mezzi termini). 
Se vi piace, stampatelo e fatene oggetto di volantinaggio. 

  • Se non vi piace, prendetevela nel culo. 
  • Non illudetevi, arriveremo presto!
    Coming soon.
     
       
    I fervorini di Scalfari Eugenio

    Nel fondo di Repubblica di oggi, addì domenica 30 novembre 1997, il Lìder Maximo dei giornalisti italiani, Eugenio Scalfari, esordisce autodefinendosi un "vecchio liberale".
    Quando negli anni 60 si candidò a deputato del PSI (non era ancora l'era di Craxi) pensò bene di spiegarsi autodefinendosi un "vecchio socialista" di famiglia, e raccontando che c'era una cosa che aveva imparato da suo padre, anche lui "vecchio socialista", e quella cosa era di "non disperare mai della rivoluzione".
    Ci piacerebe sapere quando esattamente si è verificata questa mutazione, con validità retroattiva, da vecchio socialista rivoluzionario a vecchio liberale. Ma la nostra domanda (plurale maiestatis, concesso solo a pochi: me, Scalfari e, dimenticavo, il Papa) non è che una curiosità, s'intende. Forse Scalfari è solo, di volta in volta, un "vecchio quel-che-va-di-moda": negli anni 60, la "rivoluzione", oggi il "liberalismo". L'importante, da buon italiano, è avere la memoria corta, e confidare sulla altrui cortezza.
    Come liberale fa' però acqua, oltre che come giornalista.
    Nella sua ansia di accreditarsi come liberale antico, ci ammannisce il solito luogo della memoria sui bobby inglesi, alle prese con i vocianti e aggressivi barboni sessantottini (che all'epoca lui però guardava con simpatia, mentre oggi gli sono diventati retroattivamente antipatici).
    Nel riferire del pacifico disperdimento della manifestazione da parte dei rispettati bobby, il Nostro omette però di precisare alcune cosucce, che fanno però anch'esse parte dell'immaginario liberale a proposito della liberale inghilterra: i bobbies erano e sono disarmati. I bobbies non bastonano i giornalisti e le telecamere. I bobbies non estraggono la pistola puntandola sui manifestanti senza un motivo di difesa. I bobbies, infine, non sfilano con destrezza i portafogli ai manifestanti per "identificarli".
    L'avere trascurato questi dettagliucci non sarebbe grave in un fondo, se non si trattasse di un giornale che si è tappato gli occhi di fronte all'emergenza di un antico e conosciuto problema italiano: la inaffidabilità delle forze di polizia, il loro carattere - direbbe Scalfari - "illiberale", i loro comportamenti al di fuori della legge.
    Si tratta di un fatto pericoloso, di una zavorra grave per le istituzioni di un paese scosso periodicamente da conati di rinnovamento. Cosa sarebbe successo se fosse partita una revolverata, e se questa avesse ucciso un manifestante? L'Italia avrebbe conosciuto una nuova stagione di instabilità politica.
    Abbiamo detto "un giornale che si è tappato gli occhi", ma abbiamo sbagliato - ammettiamolo pure. Avremmo dovuto dire: "ha tentato di tappare gli occhi ai suoi lettori", il che è francamente più grave.
    E così ci dovremmo sorbettare, da giorni e giorni, un giornale il quale, invece di raccontarci come vanno le cose, cerca i convincerci che la polizia ha ragione, e che i lattieri hanno passato la misura. Badate bene, qui non si tratta della enunciazione di una opionione del giornale, cosa che andrebbe bene a chiunque, anche a noi, ma di quello che è diventato un vero "scopo" del giornale. I fondi, anziché l'applicazione di capacità critiche al momento presente, diventano fervorini nei quali il pupo (noi e voi) viene ammannito. 
     
     
     

    Per rendere antipatici i lattieri ai lettori, non esita a ricorrere anche ad alcuni mezzucci, come quello di lasciar cadere lì, en passant, che sono "piccoli imprenditori", gente antipatica alla sinistra, si sa (ma questa la dobbiamo al pistolotto di Valentini del giorno prima), né a ricorrere al quadretto Deamicisiano del povero poliziotto che si deve pagare la tintoria da solo.
    (E perché mai, perché mai lo Stato, così splendido e sprecone in tante circostanze, non paga la lavanderia delle divise sozzate per ragioni di servizio?  Che roba è mai questa?)
    Così facendo, Repubblica si comporta come un giornale di partito, che vuole "orientare" i lettori, "guidarne" l'interpretazione dei fatti e nelle notizie in modo da creare consenso attorno all'azione del partito di cui è l'organo.
    Si dirà che Repubblica ha sempre fatto così, si è sempre comportata come l'organo di un partito che non c'è. Vero. Vero è anche che quando ha esagerato (e ora sta esagerando) ha perso il consenso dei suoi lettori.
    Ma c'è dell'altro. Il partito virtuale che Repubblica vorrebbe rappresentare, tende a essere, in queste circostanze, pericolosamente coincidente con il governo, un governo che di tutto ha bisogno fuorché di mentori.
    Nel comportarsi nel suo solito modo, Repubblica non solo ci annoia con i suoi tentativi di renderci "antipatici" i lattieri, ma accredita anche una immagine di sé da "velina governativa" veramente detestabile (ma al governo, siamo poi sicuri serva tutto ciò?).
    E così, disquisendo sul valore provocatorio della merda, omette un paio di questioni politicamente assai più importanti. Le faccio notare qui al Lider Maximo, perché ne faccia oggetto se possibile di qualcuno dei suoi prossimi "discorsi al popolo dei lettori". Oltre al modo con il quale viene gestita la forza pubblica, che non è poca cosa, perché ci dice che idea di paese ha di fatto un governo, c'è l'altra questione, quella delle quote latte. Non facciamo finta di con capire, per favore. Ci può essere una posizione ultraliberale che vuole l'eliminazione di ogni norma per lasciare libero di agire il mercato. Ma anche se si acconsente ad una norma e a una pratica di limitazione dei quantitativi per evitare il crollo dei prezzi (cioè, per poteggere i produttori stessi da dissennati e non remunerativi investimenti in aumenti della produzione non assorbibili), qualcuno ci deve spiegare perché ad un paese (l'Italia) deve essere imposto di importare latte, e ad un altro (l'Olanda) deve essere consentito di esportarne. Perché non imporre ad ogni paese di non eccedere la quota consumata.
    Non è molto che in sede Europea si è assistito al tentativo di imporre una normativa in materia di produzione casearia tagliata sulla misura dell'industria del formaggio - se così vogliamo chiamarlo - olandese. Se quelle norme fossero passate, in Europa si sarebbe potuto produrre solo formaggio di plastica. 
    Ci sono voluti i produttori di formaggio francesi (che sarebbe finiti tutti fuori legge) a impedire la malefatta.
    Eh già, l'europa non è tutta rose e fiori. C'è anche chi fa il furbo, senza per questo essere italiano. 
    Ma boja se i nostri giornali qualche volta ci mettano in guardia! Per loro (e forse anche per il governo) gli italiani devono essere condotti all'Europa come un gregge di pecore inconsapevoli.
    Allora, di che stupirsi se un settore economico ingiustamente colpito pianta una grana? Sono questi, i problemi, o il letame?